Le Tempora di Quaresima

Le Tempora di Quaresima

Il primo tempo dell’anno festivo contadino inizia con il novilunio che precede la quaresima ed ha come funzioni principali: la purificazione, il riassetto dei ruoli e dello status sociale, la ridistribuzione dei beni alimentari.

Il tema imporrebbe una lunga e profonda considerazione anche per i valori che questa concezione festiva continua ad esprimere; ma poiché l’impostazione di questo breve scritto è squisitamente descrittiva si rimanda il lettore che voglia approfondire le tematiche inerenti al concetto e struttura di festa contadine alla vasta e specializzata letteratura in argomento.

Premesso che, almeno a livello di concetto, la grande festa contadina di questo periodo è il carnevale con la sua cultura dell’eccesso, del capovolgimento e dell’infrazione delle regole, va aggiunto tuttavia che ormai il modello urbano dei carri mascherati e dei veglioni danzanti ha quasi ovunque cancellato le espressioni più proprie del mondo rurale.

A titolo di esempio si possono ricordare le rappresentazioni itineranti della Compagnia dei dodici mesi, in cui dodici uomini preceduti da un vecchio che impersonava il tempo, ripetevano a livello simbolico il lavoro e i caratteri della stazione campestre o i cortei nuziali, anch’essi rigorosamente maschili, in cui l’oscenità aveva il compito di riportare l’attenzione sull’universo del basso corporeo inteso come principio di vita.

Benché una osservazione attenta riesca ancora a percepire le tracce di comportamenti ed eventi che esprimano questo fondamento sacrale, tuttavia le occasioni in cui lo spirito di rinnovamento che anima le prime tempora è presente specialmente nelle feste di Sant’Antonio abate e in quelle similari si San Sebastiano e San Biagio, diffuse peraltro, sia pure con pratiche a volte differenti, in tutta la regione.

Per quanto riguarda la festa di Sant’Antonio Abate occorre precisare, sempre a titolo esemplificativo, che in Abruzzo si possono individuare tre modelli esecutivi: quello che utilizza principalmente la questua itinerante con il canto di orazioni e sacre leggende legate alla vita del santo, quella che si incentra sulla accensione di fuochi e quella infine che prevede l’esibizione, l’eccesso e la ridistribuzione del cibo.

Premesso che l’inquadramento è puramente esemplificativo e che spesso le varie forme si sovrappongono e concorrono a costituire lo svolgimento di una singola festa, al primo modello appartengono tutte quelle compagnie spontanee, composte soprattutto da giovani, che la sera del 16 gennaio percorrono campagne e paesi.

Da qualche anno a Cermignano si svolge un’iniziativa interessante per le finalità che si propone ed unica che per occasioni di ricerca, confronto e verifica che mette in atto. Il sabato e la domenica più prossimi al 17 gennaio, vi si tiene un incontro sia dei gruppi che eseguono il canto di questua sotto forma di Orazione, sia delle Compagnie che rappresentano drammaticamente la vicenda di Sant’Antonio Abate. L’occasione richiama molti gruppi che giungono, non solo dai dintorni, dove del resto l’uso è ancora vivo, ma anche da altre province e da altre regioni, dando a tutti la possibilità di un confronto critico e uno stimolo ad approfondire i caratteri culturali di questa antichissima forma di teatro religioso popolare.

Di anno in anno il materiale visivo, sonoro e testuale si fa sempre più cospicuo, tanto che, opportunamente vagliato dal Comitato scientifico, si propone come un corpus non solo storico ma come dato osservato delle dinamiche e dei mutamenti che qualsiasi fatto culturale contiene. L’appuntamento dà vita, inoltre, ad una singolare kermesse che anima le vie e le piazze del suggestivo centro storico dalle caratteristiche medioevali, dove, in perfetta sintonia con il vero spirito della festa, non mancano spazi gastronomici, con i cibi tipici della ricorrenza: innanzi tutto le salsicce, di carne, di fegato e i cotechini, in onore dell’attributo più conosciuto di questo Santo, familiarmente detto del porcello, e poi il vino Montonico, frutto di un vitigno che caratterizza la produzione locale della frazione di Poggio delle Rose, ed infine li cillitte de Sand’Andonie, dolce tipico da inzuppare nel vino, per cui si organizza una vero e proprio concorso gastronomico che premia la qualità del prodotto e la creatività dei concorrenti.

Il fuoco è l’indiscusso e spettacolare protagonista delle Farchie di Fara Filiorum Petri, il cui toponimo riporta ai gastaldati longobardi, si innalza sulla vallata del fiume Foro. I suoi abitanti festeggiano la ricorrenza di Sant’Antonio Abate accendendo le farchie, enormi fasci di canne, come dice anche il nome derivante dalla voce araba afaca (torcia – fascio di canne) con una circonferenza di oltre un metro ed un’altezza che qualche volta supera i dieci.

Un uso dei fuochi per la festa di questo Santo è comune in tutto il Mediterraneo, ma le farchie di Fara si distinguono per l’imponenza delle costruzioni e per il loro numero che corrisponde a quello delle dodici contrade in cui si divide il paese. La tradizione è inoltre legata ad una leggenda di fondazione che narra che Sant’Antonio Abate avrebbe salvato Fara dall’invasione delle truppe francesi, trasformando le querce di un vicino boschetto in torce gigantesche che spaventarono i nemici.

Qualche giorno prima della ricorrenza ogni quartiere e frazione inizia la costruzione della propria farchia. È uso comune che le canne siano di provenienza furtiva per cui, fin dai primi di gennaio, bande di giovani escono a procurarsi la materia prima, mentre altri provvedono a custodire il tesoro raccolto.

Nelle prime ore pomeridiane della vigilia, le contrade incominciano il trasporto delle farchie verso lo spiazzo della chiesetta rurale dedicata a Sant’Antonio Abate. Una volta le farchie erano trainate a braccia o su carri, oggi si usano i trattori, ma l’atmosfera conserva la stessa festosità accentuata da numerosi suonatori di organetto che cantano le orazioni di Sant’Antonio, ossia episodi leggendari della vita del Santo. Giunti davanti alla chiesa le farchie vengono innalzate con l’aiuto di pertiche e funi; infine ha inizio l’accensione tra ripetuti scoppi dei mortaretti inseriti tra i fusti delle canne. Mentre incominciano a scendere le ombre della sera le farchie accese offrono uno spettacolo indimenticabile, all’interno del quale la gente canta, balia e consuma, in onore del Santo, vino e biscotti. Quando il fuoco ha bruciato quasi tutte le canne, la festa continua in ogni contrada, dove gli abitanti si radunano intorno ai resti della propria farchia e ne raccolgono i tizzoni spenti per conservarli come reliquie per la protezione dalle tempeste e dalle calamità che possono danneggiare i campi coltivati e per segnare gli animali domestici.

Il cibo come esibizione, eccesso e ridistribuzione è il principio che regola la Panarda di Villavallelonga. Con il nome di panarda si indica, specialmente nell’aquilano, un rituale di consumo collettivo del cibo che consiste in un banchetto allestito in precise ricorrenze calendariali. L’origine del vocabolo è piuttosto oscura, e probabilmente deve essere ricercata nella radice indoeuropea pan intesa nel senso di abbondanza.

L’aspetto più spettacolare della panarda, almeno attualmente, sta nella quantità delle portate che possono superare anche il numero di cinquanta e nella etichetta che impone ai commensali di onorare la tavola, consumando tutte le vivande portate in tavola.

La tradizione è comune a molti paesi, ma dove il rito ancora esprime compiutamente il concetto di celebrazione comunitaria con forti permanenze magicosacrali, è a Villavallelonga, un piccolo centro posto entro la zona montagnosa del Parco Nazionale d’Abruzzo. Un documento ricorda che nel 1657 tale Pietro Paolo Serafini, secondo una consolidata tradizione familiare, distribuiva una minestra di fave per perpetuare un voto fatto dai suoi antenati a Sant’Antonio Abate. La devozione popolare racconta che “tanti anni fa una donna della famiglia Serafini lasciò una creatura in fasce nella culla e andò a prendere l’acqua alla fontana. Tornando a casa incontrò un lupo che la portava in bocca. Invocò Sant’Antonio e il lupo lasciò la bambina. La donna promise al Santo la festa a fuoco, cioè la panarda. Dopo, la promessa si è tramandata per eredità”.

Attualmente le famiglie obbligate sono una ventina ed ogni anno, immancabilmente, la sera del 16 gennaio, allestiscono un grandioso banchetto che si protrae tutta la notte. Nella stanza in cui si svolge il convivio viene preparato un altare su cui troneggia l’immagine di Sant’Antonio Abate, in mezzo a composizioni ornamentali dette corone e costituite da frutta, uova, dolci. Quando tutti gli invitati hanno preso posto alla mensa il panardere, ovvero il capo di casa, recita il rosario, le litanie ed infine intona l’Orazione di Sant’Antonio, dopo di che dà l’ordine di servire gli ospiti.

Per quanto riguarda il cibo, la panarda, accanto ad un repertorio di vivande e di specialità gastronomiche locali, presenta alcuni alimenti fissi che non possono mancare in nessun caso. Essi sono: brodo di gallina e vitello, il caldaia del lesso, maccheroni carrati all’uovo con ragù di carne di pecora e detti “di Sant’Antonio”, la pecora alla cottora, le fave lessate e condite, le frittelle di pasta lievitata, le ferratelle, la frutta con cui sono confezionate le corone e la panetta.

La cena si protrae per tutta la notte, sia per dare modo ai convitati di consumare agevolmente le portate, sia perché il servizio ogni tanto è intramezzato da momenti di preghiera e dal canto di formule religiose, sia perché infine, ad una certa ora, le case dei panarderi vengono visitate dalle compagnie di questua. Mentre nelle piazze ardono enormi falò di legna, gruppi di cantori prendono a girare le strade e a visitare le case dove il loro arrivo è atteso e ben accetto e le loro esecuzioni sono ricompensate con cibo e somme di denaro.

Le visite dei gruppi e dei canterini durano fino alle ultime ore della notte, dopo di che vengono riordinate le mense e viene servita l’ultima portata: un piatto di fave lesse, accompagnate dalla panetta, che è una speciale preparazione di pasta lievitata a cui sono state aggiunte le uova.

Prima però il panardiere ringrazia tutti i presenti e intona con loro il Padre Nostro. Solo dopo questo ultimo atto e dopo ovviamente aver consumato le fave, la panetta e un bel bicchiere di vino in onore del Santo protettore, gli invitati lasciano la casa, dandosi appuntamento per l’anno venturo.

Il giorno di Sant’Antonio i festeggiamenti proseguano con la processione, la benedizione degli animali e con l’apertura del Carnevale, che nel paese è caratterizzato da due tipi contrapposti di maschere tradizionali: i brutti e i belli. I brutti indossano abiti scuri, ricoperti di campanacci e i belli sono vestiti di bianco e portano cappelli ornati di fiori e nastri.

Allo stesso genere festivo appartengono anche le Cottore di Collellengo e la distribuzione delle sagne a Scanno.

A Collelongo sette famiglie del paese, quasi sempre per assolvere un voto, o per esternare la propria devozione al Santo, pongono sul fuoco un caldaio di rame, detto in dialetto locale cottora, in cui fanno bollire grosse quantità di granturco, precedentemente tenuto in ammollo. Poiché i chicchi cuocendo si gonfiano, la minestra che se ne ricava è chiamata dei cicerocchi. Il locale in cui arde la cottora è predisposto per accogliere la visita di parenti ed amici, ed è addobbato con lunghe file di arance, cestini di uova, frutta secca, in mezzo a cui troneggia un quadro di Sant’Antonio Abate. L’operazione di bollitura ha inizio con la benedizione del parroco, che deve provvedere a recarsi presso ciascuna delle famiglie che partecipa al rito, e continua tra i canti e le preghiere degli astanti che si alternano nel compito di rigirare il granturco nel paiolo per mezzo di un lungo cucchiaione di legno, in quanto l’operazione è ritenuta foriera di prosperità e benessere.

Chiunque giunge a visitare la cottora viene accolto festosamente e riceve un complimento a base di vino e dolci. L’ospite, dal canto suo, si avvicina alla cottora e ne gira il contenuto recitando parole di augurio e di devozione. In questo modo si trascorre tutta la notte, mentre compagnie di questua, accompagnandosi con vari strumenti popolari, tra cui non mancano le zampogne, provenienti dalla vicina Valle del Liri, cantano l’Orazione di Sant’Antonio in cui si narrano la vita, le tentazioni ed i miracoli dell’eremita egiziano.

Di fronte alla chiesa parrocchiale, in un’antica cappella nella quale è conservata una preziosa statua di pietra raffigurante Sant’Antonio Abate che, per l’occasione, è anch’essa decorata di agrumi, frutta e uova, i giovani accendono una grande catasta di legna, punto di riferimento delle compagnie e dei devoti che vi si ritrovano intorno per cantare le lodi al santo e passare la notte in allegria. Alle prime luci dell’alba inizia la distribuzione dei cicerocchi: innanzi tutto una lunga fila di ragazze, reggendo sulla testa conche di rame addobbate di fiori e di nastri, si reca in chiesa per offrire al santo una grande quantità di cicerocchi, che poi vengono consumati per devozione dai fedeli. Inoltre le famiglie che hanno provveduto alla preparazione delle cottore si premurano, oltre che a distribuire i cicerocchi a parenti ed amici e a chiunque ne faccia richiesta, anche a predisporre dei capaci recipienti lungo la strada, affinché anche i pellegrini ed i viandanti possano attingere al cibo rituale del granturco cotto. Da qualche anno le ragazze che recano i cicerocchi in chiesa hanno dato vita alla pittoresca gara delle conche riscagnate (cioé addobbate per l’occasione), in cui viene premiata quella decorata con maggior cura ed originalità. La festa continua per tutto il giorno con cerimonie religiose e popolari in onore del Santo.

A Scanno, che fu tra i più fiorenti centri dell’economia armentizia, la mattina deI 17 gennaio, di buon ora, la famiglia Di Rienzo che un tempo possedeva la maggiore parte delle greggi svernanti in Puglia, dà disposizione che si collochi fuori il portone del suo aristocratico palazzo uno o più grandi caldai di rame, ricolmi di fumanti sagne con la ricotta.

I devoti, dopo aver ascoltato la messa nella vicina chiesa di Sant’Antonio Abate, si avviano, con il prete in testa al corteo, verso casa Di Rienzo. Qui, dopo che il religioso ha provveduto a benedire il cibo, con una speciale formula che richiama molto I’incipit del cantare medioevale, ognuno si serve, riportandosi a casa un mestolino di minestra che consuma per devozione. La cerimonia, anche per lo scenario in cui si svolge, è molto pittoresca e dà avvio al Carnevale. Un tempo, subito dopo la distribuzione delle sagne, il Corriere di Carnevale, cavalcando un recalcitrante somarello, annunziava per il paese, a suon di tromba che erano aperti i festeggiamenti del periodo più pazzo dell’anno. Lo seguivano le maschere tradizionali che ricalcavano l’antica drammaturgia religiosa delle origini, rappresentando gli eremiti, i piccoli confratelli e l’episcopello, un bambino che per un giorno impersonava il vescovo e ne svolgeva le funzioni.

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