Le Tempora di Settembre o del Ringraziamento

Le Tempora di Settembre o del Ringraziamento

Dalla festa di Sant’Anna e San Giovacchino il mondo rurale considera in fase di esaurimento il periodo dei grandi lavori agricoli e del raccolto e entra in un clima disteso di ringraziamento e riposo.

È questo il periodo delle sagre paesane, intese come espressione di devozione verso il santo protettore di cui si mettono in evidenza il valore degli attributi e la forza dei patronati, le fiere svolte dinnanzi alle chiese o nella piazza centrale dei paesi. Pertinenti di queste feste sono i carri votivi, i donativi condotti solennemente ai santuari, l’aggregazione di classe che ritrova, nel suo insieme, i gesti fondativi della propria appartenenza ad una dimensione sacrale da cui trae le certezze necessarie all’umana vicenda.

Entro queste coordinate si colloca la Fiera dell’Assunta che si tiene davanti Santa Maria di Ronzano che nei primi secoli del secondo millennio doveva costituire lo spazio in cui avveniva lo scambio soprattutto economico tra la vita curtense dell’abbazia e quella dei contadini che dai monaci dipendevano e facevano riferimento. La chiesa, anche dopo il definitivo abbandono della comunità benedettina, ha continuato a costituire un punto fermo nella religiosità del territorio che le ha assegnato un ruolo preminente nel circuito devozionale del pellegrinaggio alle Sette Marie, una pratica assai diffusa in Abruzzo e che un tempo assolveva alla esigenza sacrale della coltura contadina e a quella, altrettanto fondamentale, del viaggio e dello scambio culturale con altri universi che, secondo precisi codici comportamentali, animava anche il mondo rurale, di per sè stanziale, conservatore e meno predisposto agli spostamenti di quello pastorale o marinaro. Da quasi mille anni, quindi la gente della Valle del Mavone, in occasione deI 15 agosto, rinnova la tradizionale visita a Santa Maria di Ronzano, dando vita ad una fiera agricola e ad una festa campestre di ringraziamento per il raccolto cereale appena concluso che ripete, anche nella gestualità odierna, l’antico omaggio feudale ai monaci dell’Abbazia, che in quel giorno concedevano il commercio dei beni ammassati con la riscossione delle decime e dei canoni, rinnovavano i contratti e stabilivano giuridicamente i rapporti con le famiglie a loro sottoposte.

In questa dimensione si inquadra anche l’usanza di recare i bambini nati tra il settembre dell’anno precedente e l’agosto di quello corrente, a benedire, come fossero anch’essi il frutto di una terra generosa.

Una volta tutte le feste estive, immancabilmente, si concludevano con il ballo e l’incendio della pupa. La tradizione, per quanto storicizzata, manteneva simboli e significati originari nelle forme di un sincretismo compatto ed equilibrato che oggi è andato perso. Infatti la consuetudine, nonostante sia ancora sufficientemente diffusa, è sentita più come una curiosa stravaganza che non come la sopravvivenza di un rito ancestrale che affonda le radici nelle cerimonie votive e di ringraziamento delle Grandi Madri della terra e della fertilità.

La pupa è un enorme fantoccio di cartapesta costruito su un telaio di canne, raffigurante una donna dalle fattezze procaci e vistose. Sulla testa, ma anche in varie parti del corpo, a cominciare dai seni che solitamente appaiono scoperti e dipinti vivacemente, la pupa reca un castello di petardi, di bengala e fuochi artificiali. L’interno è cavo e costituisce l’abitacolo in cui si introduce un uomo che porta la pupa a spasso e la fa ballare. Infatti il divertimento consiste nel fatto che la pupa avanza con movenze volutamente goffe e allusive e inizia a ballare al suono di allegri motivi di musica popolare, mentre dai fianchi e dal petto le cominciano a sgorgare fontane di fuoco e a scoppiare poderosi botti di polvere pirica. Cappelle, grosso centro rurale delle colline pescaresi, da qualche anno ha dato vita ad uno spettacolare Palio delle pupe che anima la sera di ferragosto, richiamando un gran numero di turisti. I quartieri e le contrade in cui si suddivide il paese si affrontano, presentando in gara una o più pupe che in corteo e tra gli applausi della folla vengono condotte in mezzo al campo sportivo. Qui ha inizio la gara: seguendo un ordine stabilito da un apposito comitato e dinanzi ad una giuria di esperti le pupe iniziano a ballare in un rutilante scoppiettio di fuochi d’artificio. Vince la contrada o il quartiere che ha presentato la pupa più bella e più esplosiva.

Dopo Sant’Antonio Abate il Santo più popolare è San Rocco protettore della peste e delle epidemie in genere. In Abruzzo, come del resto in quasi tutta l’Italia, molti sono i paesi che il 16 agosto ne celebrano la ricorrenza della morte. In alcuni la data è occasione di pellegrinaggi e scampagnate che si concludono quasi sempre con colazioni sull’erba anche perché la maggior parte delle chiese dedicate al Santo pellegrino sono situate fuori dai centri abitati.

I racconti che riguardano San Rocco sono un misto di storia e leggenda. Secondo una Vita, composta da un anonimo lombardo nella seconda metà del secolo XV, era nato a Montpellier da una nobile ed agiata famiglia. Rimasto orfano vendette i suoi beni, distribuì il denaro ai poveri e da pellegrino si recò a Roma a pregare sulle tombe dei Santi Pietro e Paolo, vivendo caritatevolmente ed operando molti miracoli.

Mentre era sulla via del ritorno verso la Francia, accortosi di essersi ammalato di peste, si ritirò sulle rive del Po, dove visse in solitudine aiutato prodigiosamente da un cane che ogni giorno gli recava il cibo necessario alla sopravvivenza. In realtà i documenti attestano che San Rocco si fermò a Piacenza, dove fu accolto e curato dal patrizio Gottardo Pallostrelli, così come ècerto che tempo dopo, ad Angera, sul lago Maggiore, fu accusato di spionaggio e messo in prigione fino alla morte.

Il suo culto è, come si è detto, uno dei più diffusi, in tutto il Centro meridione e costituisce un punto di riferimento nel calendario rituale contadino che dal sedici agosto segna alcuni cambiamenti stagionali. Per questo qualche studioso ipotizza che la figura di San Rocco abbia sostituito, presso i ceti rurali, quella di Vertumno, divinità latina preposta alla coltura degli orti e al mutamento ciclico, la cui festa, insieme a quella di Portuno, Giano e Conso, cadeva alle idi di agosto. Anche Castelvecchio Subequo celebra la ricorrenza di San Rocco, con una festa che, per molti aspetti, si distingue dalle numerose altre che si svolgono nella regione. Essa viene gestita direttamente da una famiglia che è depositaria non solo del tesoro del Santo, ma anche in un certo senso, delle qualità taumaturgiche legate alla sua figura.

Da tempo immemorabile i discendenti maschi della famiglia Santini sono i possessori di alcune antiche immagini del Santo che, fino a pochi anni fa, venivano prestate ai malati del paese, o anche a quanti trovandosi in difficoltà materiali o spirituali ne facessero richiesta. A grazia ricevuta il quadro veniva restituito unitamente ad un ex voto, solitamente consistente in un oggetto d’oro, che il capo famiglia dei Santini provvedeva ad aggiungere al cospicuo tesoro del Santo, la cui statua era conservata in una antica chiesa campestre ove restano ancora interessanti affreschi di fattura popolare.

Oggi il simulacro è collocato in una cappella laterale della parrocchia e, in occasione della festa, la famiglia Santini provvede a vestirlo con grandi fasce di seta su cui sono cuciti gli oggetti preziosi. La cerimonia, come si può ben immaginare, avviene in un clima di grande tensione emotiva che si carica nelle varie fasi dello svolgimento. Quando la chiesa è gremita di fedeli arriva il capo famiglia che, aiutato dai figli e dai parenti, reca alcune casse di ferro in cui è custodito il tesoro e, con una gestualità solenne e rituale, prende ad ornare la statua che, alla fine dell’operazione, risulta interamente coperta di gioielli.

Solo a questo punto ha inizio la processione, durante la quale vengono distribuite ai fedeli che ne fanno richiesta grosse ciambelle di pasta lievitata e profumata di semi di anice. Durante la processione la statua èscortata a vista dalla famiglia Santini che ha il compito anche di raccogliere le offerte devolute dai fedeli al Santo, le quali saranno utilizzate in parte per sostenere le spese della festa, in parte per acquistare altri oggetti preziosi da aggiungere al tesoro.

A fine processione, dopo il rientro del corteo in chiesa, il Santo viene svestito e il tesoro torna ad essere conservato con la massima segretezza dai Santini. Riguardo questa usanza che può, per certi versi, apparire curiosa e stravagante, occorre chiarire che, in generale, in molti paesi il culto di San Rocco è gestito da confraternite o famiglie e che, in molti luoghi, al Santo è legata la presenza cospicua di donativi ed ex voto preziosi. In particolare poi nella Valle subequana la religiosità popolare esprime la propria riconoscenza verso i Santi taumaturghi con offerte preziose, fino a costituire veri e propri tesori entro i depositi votivi dei santuari. AI riguardo si citano i tesori di San Donato a Castel Di Ieri e di Santa Gemma a Goriano Sicoli.

Tutto questo, oltre a definire i caratteri etnici delle espressioni religiose, si riallaccia al fenomeno già detto della sostituzione del pantheon antico con le figure dei santi e nel caso specifico dei donativi richiama ai caratteri delle divinità plutoniche e ctonie preposte alla pioggia, in relazione alla vegetazione.

Serramonacesca sorge alla falde della Maiella e ai bordi di uno dei bracci secondari del tratturo magno, ma soprattutto sorge all’ombra di San Liberatore a Maiella, la grande abbazia cassinese che la leggenda ricollega a Carlo Magno e la storia attribuisce, per quanto riguarda gli splendori della ricostruzione avvenuta tra il 1007 e 1019, al monaco Teobaldo. Tutto questo vuoi dire che il paese è cresciuto ed ha costruito la sua vicenda sociale nell’ambito della economia pastorale e della cultura monastica di impianto curtense.

Ancora oggi certe attività sviluppatesi nella costruzione del complesso abbaziale, come la pratica dell’intaglio della pietra, mantengono una posizione importante nell’artigianato locale. Allo stesso modo alcuni caratteri della religiosità popolare sono riconducibili a consuetudini le cui origini vanno ricercate nei rapporti tra la classe monastica dominante e quella dei contadini sottomessi alla imposizione delle decime e dei tributi.

In questa dimensione si inquadra la tradizione dei miejie, gli Omaggi, che il popolo di Serramonacesca attribuisce, la prima domenica di settembre a Sant’Antonio di Padova, detto in paese Sant’Antoniucce, per le modeste dimensioni di una artistica ed antica statua a cui è riferita la devozione popolare.

Gli omaggi consistono in trofei vegetali, realizzati ricoprendo una struttura di canne a forma conica, con rami di felci, e sopra i quali vengono appesi gli oggetti che si intendono donare alla chiesa per contribuire alle spese della festa. Quasi ogni famiglia si impegna nella realizzazione di un miejie che, issato su una lunga pertica, viene recato solennemente e con gran seguito di pubblico di fronte al sagrato.

Il trofeo può essere anche semplicemente un grosso ramo verde e biforcuto da cui pendono i doni, i quali sono di varia natura: da prodotti alimentari, come confezioni di pasta, a specialità gastronomiche e dolciarie e a produzioni tipiche del luogo.

Abbondano infatti le forme di cacio pecorino, le bnze, i prosciutti, le soppressate, le uova. Ma un miejie può essere arricchito anche con una coppia di pollastri, di papere, oppure con bottiglie di vino, di liquore, barattoli di marmellata, caramelle e cioccolatini. lì-a i doni meno prevedibili può capitare di trovare biancheria intima, capi di vestiario, oggetti per la casa.

Tutto è deposto fuori la porta della chiesa, durante la messa solenne delle undici e prima della processione, conclusa la quale gli omaggi vengono posti all’asta.

Un banditore, ricorrendo a tutta la sua arte oratoria e alla sua dialettica, comincia a magnificare i trofei ad uno ad uno, elencando la ricchezza dei doni e la varietà del contenuto. Solitamente sono le stesse famiglie che hanno recato il dono a ricomprarlo a prezzo notevolmente superiore al suo valore reale, tra gli applausi degli astanti e le invocazioni di evviva a Sant’Antonio di Padova.

Molte sono le considerazioni che si potrebbero fare sulla festa, a cominciare dai motivi per i quali attualmente il patrono del paese sia un santo francescano e non benedettino, come la presenza dell’antica abbazia farebbe immaginare.

Si potrebbe inoltre considerare anche la collocazione temporale della festa, che raddoppia e sposta il giorno comunemente dedicato a Sant’Antonio di Padova, peraltro festeggiato a Serramonacesca.

A Pacentro, la prima domenica di settembre, in onore della Madonna di Loreto, a cui è dedicata una piccola chiesa entro le mura urbane, i giovani del luogo corrono una spettacolare corsa a piedi scalzi.

Dalla sommità di un costone roccioso posto di fronte l’abitato, al segnale dato dallo scampanio di Santa Maria di Loreto, i partecipanti scendono i fianchi scoscesi della montagna fino al torrente Vella e, sempre correndo, con i piedi spesso feriti e lacerati dalle pietre e dai rovi, risalgono le vie del paese e raggiungono l’altare della Madonna, dove si accasciano stremati.

Al vincitore viene consegnato il palio che già delle prime ore del mattino viene esposto, sospeso ad un canna, alle finestre che si aprono sulla facciata principale della chiesa.

Consiste in un taglio di stoffa di lana per confeziona-re un vestito da uomo, che un tempo costituiva un premio ambito e che al giorno d’oggi esprime solo una funzione simbolica e di prestigio.

Dopo aver ricevuto le prime cure ai piedi feriti, il vincitore viene portato in trionfo per le vie di Pacentro, issato sulle spalle di una vociante comitiva di parenti ed amici, fino a casa, dove il vicinato organizza i festeggiamenti, distribuendo vino e biscotti a tutti gli intervenuti.

L’uso di correre in occasione di feste religiose è una pratica molto antica e probabilmente appartenne anche alle popolazioni italiche che abitarono questa zona.

Un tempo era diffusa in molti altri luoghi dell’Abruzzo, dove bambini nudi, con i fianchi cinti da un nastro, entravano correndo in chiesa, durante le funzioni solenni.

A Pacentro questa tradizione, che sembra essere la sopravvivenza di antichi riti di iniziazione e passaggio dall’età puberale a quella adulta, è percepita con significati penitenziali e votivi ed è ritenuta una prassi sostitutiva del pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, meta tradizionale della religiosità pastorale e contadina.

Forcella, piccola frazione del comune di Teramo, ha un modo sicuramente suggestivo di festeggiare la ricorrenza della Madonna della Misericordia, che cade il 23 settembre.

Verso mezzogiorno, dopo che i riti religiosi si sono conclusi, un corteo di giovani e precisamente un alfiere, due armigeri, di cui uno munito di lancia, l’altro di spada, un suonatore di grancassa ed uno di tamburo, escono dalla chiesa e si awiano, con gran seguito di folla, verso la piazza principale.

L’alfiere o Presidente, affiancato dagli armigeri e preceduto dai suonatori che eseguono un motivo cadenzato sul tempo del 6/8, reca l’Insegna, con i cui lembi si copre la persona a mo di mantello.

La bandiera consiste in un drappo quadrato di seta leggera, bipartita in bianco e giallo, dalle dimensioni di circa un metro e mezzo per lato, e fissato su un’asta sottile e maneggevole.

Giunta sulla piazza del paese, la compagnia si ferma e, mentre il pubblico si dispone in circolo, i suonatori attaccano con più decisione il motivo conduttore della danza. L’alfiere, sempre impugnando la bandiera, si inginocchia in mezzo alla piazza e, dopo aver baciato un lembo della Insegna che, rialzatosi tiene spiegata in alto, incomincia a danzare sul ritmo del saltarelbo, fino a quando dal cerchio non avanzi un Pretendente, il quale, seguendo le prescrizioni degli armigeri, il cui compito è proprio quello di regolare lo svolgimento delle esibizioni, entra in ballo ed ottiene la consegna della bandiera. Uawicendamento dei danzatori è spontaneo e nessuno è escluso dal ballo a meno che un lembo del drappo non tocchi il suolo, nel qual caso gli armigeri lo invitano a consegnare immediatamente l’insegna ad un altro. Di passaggio in passaggio e tra gli incitamenti per gli esecutori più abili o maggiormente rappresentativi, il ballo dura più o meno un’ora, fino a quando l’alfiere non richiede l’insegna, con la quale, dopo averla baciata, si copre nuovamente le spalle e si avvia verso la propria abitazione.

La danza è rigorosamente maschile e il fatto che da qualche anno alcune ragazze si cimentino pubblicamente nell’impresa dimostra che la tradizione sta subendo una caduta di stile e di motivazioni, assumendo, viceversa una folclorizzazione spettacolare che ne segna irrimediabilmente il declino.

L’esecuzione, che richiede notevole prestanza fisica e senso ritmico, si svolge su di un passo a gambe rigide, in cui il peso del corpo è caricato sul piede anteriore che procede con un gioco di punta appoggio e battuta. L’ insegna è retta con la mano destra, mentre la sinistra, posta sul fianco o tenuta dietro la schiena, ha il compito di riequilibrare i movimenti del ballerino che subisce notevoli bilanciamenti, specie nelle variazioni che impongono una posizione inclinata.

La danza rientra nel genere religioso che, per quanto strano possa sembrare, raggruppa una vasta gamma di espressioni coreutiche che tuttora mantengono una apprezzabile presenza nelle manifestazioni popolari. Se le danze religiose sono, sostanzialmente una forma di penitenza o di voto, esteriorizzata in onore dei Santi, le bandierate, oltre a questi motivi, hanno lo scopo di permettere l’esibizione di destrezza e valentia fisica in un tempo sacrale particolarmente significativo per l’intera comunità che rinnova i vincoli devozionali con la divinità protettrice. In altri termini, questo tipo di ballo era sentito, fino a qualche anno fa coscientemente, ora in modo più sfumato, come una esibizione pubblica di virilità, sia da parte dei giovani che pretendevano una partecipazione soggettiva alla vita pubblica, sia degli uomini maturi che, in questo modo, tendevano a consolidare e mantenere il prestigio acquisito.

 

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