Le Tempora di Pentecoste

Le Tempora di Pentecoste

Le tempora di Pentecoste costituiscono il punto centrale della stagione di maggior attività del mondo contadino e tendono a rapportare alla sfera del Sacro le procedure che vanno dai primi germogli al raccolto dei cereali. I momenti fondamentali di questo periodo sono l’Annunziata, San Marco, il primo di Maggio, Pentecoste, la Trinità, San Giovanni, Sant’Anna, mentre una espressione peculiare è quella della cerimonia liturgica delle Rogazioni. Nella maggior parte di queste feste la classe rurale svolge processioni che attraversano le campagna e raggiungono luoghi sacri come santuari, montagne, boschi, fiumi, recando in dono le primizie o parti simboliche del raccolto, oppure si confronta con le classi sociali urbane attraverso cerimonie di saluto.

Premesso che il numero considerevole delle feste contadine che rappresentano in modo significativo il periodo primaverile, non permettono una semplice schematizzazione espositiva, si propongono a modo di esempio quelle dei Banderesi di Bucchianico, di San Zopito a Loreto Aprutino, di Santa Gemma a Goriano Sicoli, rimandando, per le altre a Calendario Abruzzese, cento feste contadine per un anno (Pescara, 1997).

Quella di Bucchianico è una delle feste più complesse nel panorama della religiosità contadina, tanto che la sua trattazione, almeno in questa sede, impone un andamento schematico e riassuntivo. Per comprenderla innanzi tutto occorre delineare Io scenario religioso e l’occasione della festa. In onore di Sant’Urbano papa che avrebbe salvato con uno stratagemma militare il paese assediato dai chietini, durante il periodo delle lotte comunali, gli abitanti della campagna ogni anno si uniscono a quelli del centro urbano per rinnovare la memoria del miracolo ricevuto.

I personaggi principali dell’evento sono innanzi tutto il Banderese ed il Sargentiere. Ogni anno, la domenica successiva aI 27 maggio, in una solenne cerimonia, tra quelli che hanno avanzato la propria candidatura, viene eletto il Banderese e dura in carica un anno. Per essere eletto deve possedere le seguenti qualità: abitare in campagna, essere coniugato con prole. Al riguardo si preferisce chi ha almeno due figli maschi che dovranno assumere, come si dirà, un ruolo preciso, nel rituale.

Il Banderese si fa carico della organizzazione della festa, aiutato in questo dalla sua numerosa parentela e dai capi contrada che provvede a nominare subito dopo l’elezione, è il consegnatario della bandiera e dello stendardo, simboli del comune. Assume il comando di una milizia di Banderesi, ovvero di uomini che indossano a tracolla una fascia di colore o rosso o blu, a seconda del grado di parentela e di importanza e si fregiano di un cappello ornato da un lungo piumaggio. Nell’anno che dura in carica provvede ad organizzare incontri e feste da ballo, specialmente nelle date solenni del calendario festivo contadino, allo scopo di rinsaldare i vincoli di parentela e di solidarietà, oltre che per raccogliere il denaro occorrente per le spese della festa. Durante la festa, dorme con la famiglia in una sala del palazzo municipale ed è l’unico autorizzato, tra quelli della campagna, a girare a cavallo per il paese. Alleva inoltre il vitello che sarà consumato durante il banchetto di Sant’Urbano. Il Sargentiere (sir gentile) è una carica ereditaria che passa da padre in figlio, da tempo immemorabile nella famiglia di Tatasciore-Papè.

Egli è il depositano della prassi festiva e senza il suo permesso e la sua presenza non può avere inizio alcuna fase della tradizione, in molte delle quali funziona da giudice. Ha il privilegio di portare lancia e spada e di cavalcare insieme al Banderese. Durante la festa riceve gli onori e l’omaggio di tutti i Banderesi, delle autorità civili e religiose.

Dopo avere assolto agli obblighi di questua e di organizzazione dei balli che si fanno più frequenti dal lunedì di Pasqua, la famiglia del Banderese, nei giorni intorno al 17 maggio, comincia la preparazione del pane, delle panicelle e delle pizze che verranno consumate e distribuite durante la festa. Si tratta di un momento molto significativo sia a livello simbolico che rituale, che aggrega tutti i capi contrada. Per l’occasione il Banderese rende più solenne l’altare preparato nella propria casa, in cui è esposto un paliotto raffigurante Sant’Urbano. Ai lati dell’altare espone i due cappelli piumati che indosseranno i suoi figli maschi durante la cerimonia, il laccio, ossia una catena d’oro votiva offerta dai devoti, il pane e i dolci rituali e comincia a ricevere le visite dei parenti e dei Banderesi.

La domenica antecedente il 24 maggio dalle prime ore del mattino nella sua casa, dove per l’occasione si allestisce solitamente un grande capannone all’aperto, cominciano ad affluire i Banderesi con le loro famiglie. Le donne recano in testa enormi cesti addobbati di fiori e nastri, entro i quali sono riposti beni alimentari di ogni specie. Ogni contrada conduce un carro riccamente preparato che, a seconda degli accordi presi con il Banderese, svolge uno di questi temi: il pane, il vino, la legna, il letto. Il primo, ovvero quello del pane, oltre a parecchi quintali di questo alimento, trasporta anche il quadro di Sant’Urbano in precedenza esposto in casa del Banderese, l’ultimo, quello del letto, è solitamente preparato dalla contrada e dalla famiglia del Banderese e trasporta il letto, completo di biancheria ed accessori in cui il Banderese dormirà nei giorni di festa entro la sede municipale. Dopo un ricco pranzo, al quale solitamente partecipano un migliaio di persone, si forma il corteo che porterà il popolo dei banderesi verso la rocca del paese.

Lo apre il vitello sacrificale, anch’esso ornato di guaIdrappa, nastri e fiori. Al suo fianco stanno due canefore che trasportano entro ceste, owiamente infiorate e ricolme di uova, i cappelli dei figli del Banderese. Segue il Banderese, la sua famiglia e i suoi parenti. Tutti i maschi indossano la fascia rossa e blu, ma non il cappello piumato che esibiranno solo dentro le mura del paese. La processione si snoda con una lunghissima teoria di portatrici di canestri colorati. Infine chiudono i carri, ognuno dei quali è circondato da suonatori di tamburo e organetto. I Banderesi, dopo aver attraversato la campagna, giungono alle porte del paese nella metà del pomeriggio: qui sono accolti dal Sargentiere ed il suo corteo. Insieme si recano a pregare sull’altare di Sant’Urbano e subito dopo, nella piazza danno inizio alla Ciammaichella. Il Sargentiere guida un movimento a spirale del corteo che appare come un serpente colorato che si avvolge su se stesso. Si tratta di una forma molto elementare, ma assai interessante, di danza processionale a suon di tamburo. Subito dopo, mentre le donne sistemano i canestri, il letto e tutto il contenuto degli altri carri nella sala del municipio, i giovani, sempre alla presenza del Sargentiere e del Banderese, danno inizio ad una serie di giochi popolari di destrezza, come il Tizzo e il Capriuli. Si provvede anche ad eseguire i giri del paese durante i quali ogni Banderese maschio riceve dal Sargentiere un mazzolino di fiori di campo ed erbe profumate detto lu ramajette. La sera si conclude con una cena riservata alla famiglia del Banderese e a quella del Sargentiere.

Nel pomeriggio del 24 maggio i due capitani, seguiti dai propri figli, assistono all’apertura della Porta Santa nella cripta della Chiesa di Sant’Urbano, da parte della autorità religiosa del paese. Hanno inizio le entrate, ossia un percorso penitenziale che prevede nove passaggi davanti alle reliquie, ad ognuno dei quali i fedeli appoggiano il capo su una colonna della cripta che reca un antico bassorilievo raffigurante il santo, e nove giri intorno alla chiesa.

Il 25 maggio a mattina Sargentiere e Banderese, con i loro cortei, dopo aver assistito alla messa, incominciano i nove giri del paese. Dopo il terzo giro, tornano nel palazzo comunale e prendono ciascuno un cero votivo, tenendo il quale proseguono per altri tre giri. A questo punto il corteo si ferma in piazza dove il sindaco consegna solennemente una lancia e una spada al Sargentiere e lo proclama comandante militare. In passato la consegna era svolta da una famiglia nobile del luogo. Subito dopo nella piazzetta di Sant’Urbano la moglie del Banderese consegna un anello d’oro a ciascuno dei suoi due figli maschi, mentre il sindaco affida al gruppo la bandiera ed il parroco fa altrettanto con lo stendardo. Da questo momento Sargentiere e Banderese hanno il diritto di continuare i giri armati e a cavallo, mentre gli uomini del corteo indossano il cappello piumato.

Nella tarda mattinata ha luogo la riconsegna dei vessilli. Il parroco attende al balcone i giovani che fanno roteare con destrezza la bandiera, cercando di rendere difficile la presa che deve essere effettuata al volo. Segue un pranzo a base di pesce fritto. La mattina del 26 maggio è detta del ringraziamento. I figli del Banderese aprono il corteo dei ceri votivi che gira tutte le chiese fino alla cripta di Sant’Urbano, dove questi vengono deposti. Dopo di che la porta santa è chiusa, fino al prossimo anno. Il rituale continua con la messa solenne e la benedizione dei quattro cantoni. Al termine i Banderesi ripartono in corteo in direzione della chiesa rurale di Santa Maria Casoria.

Loreto è uno dei paesi più belli d’Abruzzo, sia per gli antichi palazzi e monumenti religiosi che lo caratterizzano, sia per lo scenario di colline ricoperte di oliveti in cui è immerso. Il lunedì di Pentecoste è teatro di una singolare processione a cui partecipa un bue bianco. Si tratta di un animale adulto che, per qualche mese, viene sottratto al lavoro dei campi ed addestrato a camminare tra la folla e sul selciato delle vie cittadine. Il giorno della festa viene addobbato con cura. Dalle corna gli pendono nastri e fiocchi multicolori, specchietti lucenti e ninnoli, una gualdrappa rossa su cui sono appuntate le immagini sacre di Sant’Antonio Abate e San Zopito gli copre il dorso, persino gli zoccoli dei piedi appaiono curati e lucidati.

In groppa al bue cavalca un bambino di pochi anni. È vestito di bianco, ha il capo cinto da una corona di fiori, l’abito ornato di ori ed oggetti preziosi e si copre in capo con un ombrellino chiaro. In bocca regge un garofano rosso. Il bue, che è preceduto da uno zampognaro, dopo aver seguito il percorso processionale si ferma sulla soglia della chiesa di San Pietro. In passato entrava nell’edificio sacro ed assisteva alle funzioni liturgiche e la gente usava trarre auspici di prosperità per l’annata agricola dall’osservazione degli escrementi che l’animale emetteva durante il rito religioso. Dopo la processione il bue è condotto per le vie del centro storico a rendere omaggio ai notabili del paese e, ovunque si ferma, il bambino che lo cavalca riceve piccoli doni alimentari. Un tempo, quando la suddivisione di classe era ancora sentita, la festa, almeno per quanto riguardava il bue, era gestita dalla corporazione degli agricoltori. Quella dei vetturali, ossia dei trasportatori di olio, si occupava invece della cavalcata del ritorno, il cui vincitore era premiato con un paliotto. Agli artigiani, in passato assai fiorenti a Loreto per la produzione delle terrecotte e dei coltelli con il manico di osso, erano affidati altri aspetti organizzativi.

Oggi la festa è gestita da un comitato di deputati che provvede anche a mantenere il bue, ma non ha perduto l’antica suggestione che ha indotto molti studiosi a ipotizzare le sue origini in tempi molto antichi. Qualcuno ha creduto di poterle ritrovare nel ver sacrum degli Italici. Ma, nonostante l’aria mitica dell’evento che ha per protagonista il bue di San Zopito, se ne conosce esattamente il giorno e l’anno di nascita. La leggenda di fondazione narra che il lunedì di Pentecoste deI 1711, mentre arrivava in paese il corteo che accompagnava le reliquie del Santo, un contadino di nome Carlo Pantone, intento al lavoro nel proprio campo in contrada Le Pretore-Casci, non smise, in segno di devozione e rispetto, le proprie attività. Al contrario il suo bue si inginocchiò al passaggio della processione tra lo stupore degli astanti, tanto che la famiglia del bifolco lo regalò alla festa, come ex voto. Infatti nel preciso istante in cui le reliquie toccavano il territorio del paese avveniva una miracolosa guarigione di un loro congiunto.

È probabile che l’uso di condurre il bue in chiesa derivi proprio dal fatto che l’animale, addobbato in segno di festa, sia stato depositato nella cappella del santo, come si fa normalmente nelle consegne votive per grazia ricevuta. D’altra parte, però, occorre dire che molti aspetti della tradizione, come il bambino e lo zampognaro, non trovano una spiegazione logica nella leggenda di fondazione, così come occorre osservare che altri particolari, come gli ori che adornano il vestito del piccolo cavaliere e il garofano rosso rimandano alla simbologia di altri rituali del calendario contadino, in cui è evidente un processo sincretico tra elementi della religiosità primitiva, magici e cristiani. Infine è il caso di ricordare che una tradizione analoga, di chiara matrice italica, è ancora presente a Bacugno presso Rieti, che i buoi bianchi sono i protagonisti delle carresi molisane di Ururi, Porto Cannone, San Martino in Pensilis e Larino e che anche a Gagliano Aterno, un tempo, un bambino cavalcava un bue bianco, durante una festa di passaggio agrario.

L’11 maggio, sul fare del mezzogiorno, sull’erba verde del tratturo Celano Foggia, nel punto in cui esso costeggia il paese di Goriano Sicoli, viene avanti una numerosa compagnia di devoti.

Innanzi a tutti cammina una fanciulla a piedi scalzi che regge tra le mani un grosso cero votivo da cui pendono alcuni nastri su cui sono appuntate le offerte in denaro e in oggetti preziosi, destinati alla Santa, verso la cappella nella quale procedono.

La ragazza è vestita con l’abito tradizionale che fino a qualche anno fa era ancora in uso tra le contadine marsicane, un vestito semplice e quotidiano, caratterizzato da un’ampia gonna di panno rosso e uno scialle azzurro da capo. La seguono i genitori, i parenti, gli amici, il popolo tutto di San Sebastiano di Bisegna, un piccolo paese nel cuore della Marsica, da dove sono partiti alle prime luci del giorno.

In fondo alla strada, dove il tratturo si apre in un ampio slargo, vicino ad una edicola campestre, li attendono il sindaco di Goriano, insieme alle altre autorità che sono poi il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il priore della confraternita di Santa Gemma e il procuratore della festa che, dal canto suo, guida la banda musicale, pronta e schierata ai bordi della strada.

Giunti in vista l’uno dell’altro i due gruppi si salutano con grande commozione e, mentre la fanciulla si inginocchia devotamente dinnanzi alla cappellina, la banda e gli spari aprono i festeggiamenti. A suon di musica quindi il gruppo, in cui la fanciulla ha sempre il primo posto, sale verso la parte alta del paese, dove, nel quartiere chiamato quarto di porta Bagliucci, in una antica casa, li attende la Comane, circondata da un gruppo di donne.

La Comare è la moglie del procuratore della festa e ad essa è riservato il compito di accogliere entro le modeste mura la fanciulla che, salita la breve scala che porta alle stanze, si inginocchia sull’ultimo gradino e chiede il permesso di entrare. Anche qui l’accoglienza è commossa e festosa e mentre la ragazza viene trattata con tutti i riguardi, la compagnia è rifocillata con vino, pane e ciambelle.

Ma pane e vino sono a disposizione anche per tutti quelli, e sono tanti, che si recano a salutare la fanciulla di San Sebastiano di Bisegna. La casa, infatti, è completamente riempita di pane che la Comare e le sue aiutanti hanno provveduto a confezionare nei giorni precedenti con la farina offerta dai gorianesi.

Pane a ceste, a mucchi, a quintali, pane e ciambelle che adornano le pareti. Presso una porta spicca una enorme ciambella decorata di nastri, che indica la stanza dove, su un letto tutto bianco e ricamato, passerà la notte la giovane protagonista della festa. Un particolare che colpisce è il fatto che sul capezzale è posta una rocca composta di candida lana e infiocchettata. Dopo i dovuti convenevoli e dopo che il parroco ha provveduto a benedire il pane, la ragazza, accompagnata da una gioiosa comitiva di coetanee, esce di casa recando, come le altre, un canestro ornato di fiori e di nastri ricolmo di pane. Precedute dalla banda attraversano tutto il paese e le frazioni, e in ogni casa distribuiscono il pane benedetto.

Al tramonto le ragazze ritornano con le canestre vuote, giusto in tempo per assistere con la Comare ai Vespri cantati nella chiesa del paese. E poi di nuovo tutti a casa per un cena rituale e votiva in cui le bambine consumano un pasto a base di uova e lattuga, mentre agli altri è riservata una più ampia varietà di cibi.

Il giorno seguente la festa continua con la liturgia e la processione, dopo di ché la fanciulla saluta la Comare e i gorianesi e se ne ritorna con i suoi a San Sebastiano, non senza aver ricevuto molti doni, consistenti soprattutto in dolci e generi alimentari che dividerà con i compaesani, in un ricevimento previsto al suo arrivo. La tradizione, che è una delle più poetiche e delicate dell’intera regione, rievoca la figura di Santa Gemma, patrona del paese e di cui documenti antichissimi tratteggiano le vicende di una vita avventurosa ed esemplare. Narrano le storie che Gemma sia nata a San Sebastiano di Bisegna nel 1372 dalla famiglia Spera. Restata orfana di entrambi i genitori, durante una delle tante epidemie che flagellarono la zona in quei tristi tempi, la bambina fu accolta da una sua comare e dal di lei marito, che pare si chiamasse Giusto Perna, di Goriano Sicoli, nella casa dove ora la confraternita a lei intitolata allestisce i festeggiamenti.

Si indica ancora un luogo dove la fanciulla dormiva in un povero giaciglio, come si indicano i luoghi dove, portando a pascolare un piccolo gregge di pecore, lasciò sulle pietre i segni del suo passaggio. Di lei si innamorò il Conte di Celano, forse Ruggero, figlio di Pietro, che, ottenendo un rifiuto, dopo un primo momento di sdegno, assecondò il desiderio della giovanetta ad una vita eremitica e l’aiutò a costruirsi una cella a ridosso della antica chiesa extna moenia di San Giovanni Battista, sul bordo del tratturo. Qui Gemma visse per 42 anni della carità della gente a cui dispensava consigli e preghiere.

La sua morte, avvenuta il 12 maggio 1426, fu subito seguita da una serie di avvenimenti prodigiosi tanto che, dopo pochi anni, era già stata proclamata Santa. Questa la leggenda di fondazione, la quale, senza minimamente mettere in dubbio la storicità della vita della Santa, non spiega però alcuni aspetti dell’evento che mostrano la sopravvivenza di elementi molto arcaici. Tanto per cominciare Goriano sorge probabilmente sulla antica Statulae, punto di sosta della strada che, passando per Forca Caruso, già dai tempi italici metteva in comunicazione la piana di Tivoli con l’Adriatico e che i Romani ampliarono dandole il nome di Consolare Valeria. Dopo aver superato le asperità montane e prima di immettersi nella Valle Peligna – sull’antico tratturo funzionava un complesso attrezzato per il riposo, la sosta e gli scambi commerciali dei viandanti, presso un santuario con funzioni sociali e di incontro tra i gruppi delle varie tribù, oltre che religioso in senso stretto.

Questi complessi, in cui si praticava anche una forma di medicina del tempio, erano affidati quasi sempre alla cultualità femminile, in relazione ad un pantheon in cui primeggiavano le Grandi Madri. Le offerte votive dovute a questo genere di divinità erano essenzialmente cerealicole, con una spiccata presenza di ciambelle, il cui valore simbolico era legato all’aspetto fecondativo dei riti.

Il mese di maggio, e più precisamente la primavera, era il tempo in cui le popolazioni nomadi e semistanziali della zona si ritrovavano presso questi complessi cultuali per rinnovare il ciclo agrario e vegetativo dell’anno e rinsaldare patti ed alleanze. E probabile che nella zona esistesse un insediamento sacro del genere, rifondato in età benedettina su forme cristiane e che in seguito la figura di Santa Gemma si sia inserita in un contesto già sensibile a figure femminili addette al culto, in una continuità formale non infrequente nell’ambito della religiosità popolare.

Nella leggenda di fondazione si nota, inoltre, il particolare della carcerazione volontaria che ripercorre un motivo presente nell’immaginario collettivo che ha sviluppato la storia di Jacovella da Celano la quale, in epoca precedente alla vita di Santa Gemma, si sarebbe autoreclusa, pur di non avvallare con la sua autorità, l’usurpazione del figlio nel governo della contea ed in tal modo costituire un modello mitico di riferimento femminile.

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