Le Tempora di Avvento o dei Fuochi invernali

Le Tempora di Avvento o dei Fuochi invernali

La vendemmia e la raccolta delle olive costituiscono un’appendice piuttosto atipica rispetto al ciclo lavorativo dell’anno agricolo che, benché riconosca a questi due prodotti della terra un ruolo comprimario nella triade alimentare mediterranea, tuttavia resta sostanzialmente incentrato nella coltura cereale in cui la spiga appare come la massima espressione.

Il tempo che segue la festività di Ogni Santi, è un tempo segnato dalla perdita della luce solare e da un oscuro senso di colpa che impone riti di purificazione che coinvolgono anche il mondo dei morti, considerati non solo come antenati e protagonisti della storia familiare, ma anche, in senso più globale, di forze e ricchezze sotterranee senza le quali la vita vegetativa sarebbe preclusa per sempre. In attesa del ritorno del Tempo ciclico che il mondo contadino identifica con il rinnovamento rurale, gli eventi festivi raccolti intorno alle Tempora di Avvento assumono la funzione simbolica di purificazione e di attesa.

La festa di San Martino, dappertutto, è caratterizzata da momenti di spensieratezza e divertimento, nè l’Abruzzo si sottrae alba regola. Rumorose compagnie di questua, composte da ragazzi e bambini, la sera della vigilia girano di casa in casa, reggendo un’enorme zucca svuotata e trasformata in lume; allegre brigate improvvisano serenate scherzose all’indirizzo dei mariti infelici e affiatate comitive di amici, con la scusa del vino novello, e delle brumose serate dell’autunno incipiente, si ritrovano in pantagruelici convivi, intorno a montagne di salsicce rosolate, prelibati spiedi di rara cacciagione, sontuose porchette.

Qualcuno riconosce nella consuetudine i resti del Capodanno celtico che la dominazione longobarda diffuse in vaste zone centro-settentrionali, insieme ad altre forme di religiosità, compreso il culto per il Santo guerriero della Pannonia, che concludeva il ciclo dei festeggiamenti per il nuovo anno agrario, aperto con la ricorrenza di Ognissanti. Ma a Scanno, la notte di San Martino acquista una suggestione diversa, forse perché la tradizione rivela caratteri più che altrove arcaici ed originali, o forse perché la particolare dimensione architettonica e naturale in cui è immerso il centro conferisce all’evento un fascino misterioso e coinvolgente.

Il paese, già dalle prime ore del pomeriggio, si anima di un andirivieni festoso, di richiami gridati da strada a finestra, di mamme che raccomandano, inutilmente, la prudenza, mentre c’è un correre di ragazzi ad ammassare legna, frasche, ogni materiale che prometta di ardere e di far fumo a sufficienza, sulle alture di Cardella, della Plaia e soprattutto dinnanzi alla grotta di San Martino in contrada Decontra.

Originariamente la festa si svolgeva solo in questa località in cui la leggenda narra presenze miracolose del Santo che si sarebbe rifugiato nelle cavità della montagna, ma da qualche anno i gruppi si dividono per rioni e improvvisano una competizione che raggiunge toni accesi di sfida.

Intorno ai falò si vive un’atmosfera di grande allegria che accomuna tutto il gruppo dei partecipanti. Si improvvisano canti, balli, abbondanti libagioni in un clima di collettiva spensieratezza, sempre tenendo presente l’impegno di raggiungere effetti più spettacolari o, per lo meno, di far ardere la propria Gloria, meglio e più a lungo di quelle degli altri.

L’aspetto competitivo, inseritosi recentemente, se in qualche modo può aver soverchiato atteggiamenti e valori, quali per esempio l’identificazione e la solidarietà del gruppo, ha però rifunzionalizzato l’evento di cui si stava perdendo la consapevolezza dei significati di base.

Quanto sia antica la tradizione delle Glorie non è facile dirlo, mancando al proposito una sicura documentazione letteraria e dovendo ogni criterio valutativo affidarsi solo a quella orale. Un qualche aiuto è offerto dagli aspetti formali della festa che, allo stato attuale, non sembrano aver subito una sostanziale caduta di valori originari, i quali si inquadrano nel vasto scenario delle cerimonie di purificazione e rinnovamento proprie delle religioni primitive e naturalistiche in cui il fuoco è utilizzato come elemento liturgico e cultuale.

Un’espressione rituale di grande spessore resta l’abitudine dei ragazzi di tingersi il viso con il nero della fuliggine prima di iniziare a ballare e cantare intorno al fuoco agitando grossi campanacci e oggetti atti a produrre frastuono.

La loro presenza riconduce a motivi agrari e alla evocazione di forze nascoste ed oscure del mondo sotterraneo da cui dipendono la vitalità e la rinascita della vegetazione, in un momento di crisi e di incertezze quale è l’inizio dell’anno agrario e della produzione cereale che si apre con la semina. Del resto anche altri elementi concorrono a ritenere le Glorie un rituale vegetativo. La consegna del Palancone bruciato alla sposa novella di ogni rione e conseguente elargizione di donativi alimentari, con generale baldoria a base di vino e salsicce nella piazza del paese aderisce a certi rituali della fecondità presenti in tutte le espressioni del mondo agrario, e sullo stesso livello si colloca il Dolce con la Moneta, riservato ai bambini.

Nell’uno e nell’altro caso la logica delle civiltà primitive, discesa poi in quelle tradizionali, mette in atto una struttura cerimoniale all’interno della quale ciascuna componente del gruppo si pone come immagine speculare della divinità e assume un ruolo metastorico condizionato al momento festivo.

Quindi la Sposa Novella rappresenta, per una similitudine di condizione, la giovane Grande Madre sacrificata per il bene comune nelle oscurità del sottosuolo, dove ha assunto la funzione di padrona e dispensatrice delle ricchezze, così come i bambini di casa, premiati con la Moneta nascosta nel Dolce, sono il tramite tra il mondo degli uomini e quello dell’eterno ritorno alla giovinezza divina.

Ma quanto di complesso e cerebrale può esserci in ogni interpretazione antropologica, a Scanno si scioglie in una naturalezza vissuta. Le Glorie di San Martino sono semplicemente una festa d’autunno in cui i ragazzi imparano a diventare grandi e i grandi si ricordano di quando erano bambini e il paese riannoda la trama delle tradizioni in cui riemerge il carattere della stirpe.

In Abruzzo e in Puglia, due regioni la cui storia economica e sociale si è costruita intorno alla pastorizia, San Nicola ha molti altari e cappelle che fanno riferimento alla grande basilica di Bari.

Ed ha anche molte case, ovvero le antiche sedi di corporazioni e confraternite, che un tempo furono importanti punti di riferimento, oltre che centri economici e culturali, in grado di gestire la complessa struttura della transumanza, e che oggi sono depositane dei cerimoniali legati alla religiosità popolare. Una di di queste case si trova a Pollutri, paese posto ai bordi del Tratturo Magno che da L’Aquila raggiungeva Foggia, dove il Santo vescovo di Mira è festeggiato due volte l’anno: la prima domenica di maggio e il 6 dicembre. In questa seconda ricorrenza la casa di San Nicola vive, a ricordo dei tempi in cui tra le sue mura si svolgevano importanti contratti e transazioni, il suo momento più importante.

Il primo giorno della Novena, al suono della campana maggiore della chiesa, detta appunto di San Nicola e alla quale sono attributi patronati antitempestari, il priore della confraternita riapre i locali e vi accoglie per la preghiera serale tutti i confrati, le loro famiglie, il procuratore e i Deputati della festa.

Contemporaneamente le donne iniziano i preparativi delle panicelle, completando i giri di questua per la raccolta del frumento e avviando le operazioni di macina.

La vigilia la casa si riempie di insolita animazione.

Su lunghi tavoli si provvede a preparare la massa che una volta Iievitata verrà lavorata a forma di piccoli pani su cui viene impresso l’antico e sacro sigillo del Santo. Il rito è scandito dal solenne rintocco della campana che accompagna anche la lunga teoria delle ragazze che, mantenendo in equilibrio sul capo le lunghe tavole su cui sono poste le panicelle si recano a cuocerle nel forno.

Il 6 dicembre, dopo le funzioni religiose e la processione, in cui viene condotto per le vie del paese un prezioso busto argenteo, capolavoro di scuola napoletana, nel primo pomeriggio ha inizio il rito della cottura delle fave.

In piazza i deputati della festa preparano sette enormi caldaie colme di fave precedentemente ammorbidite in un lungo ammollo nell’acqua.

Al primo tocco del campanone si provvede a dare fuoco alle fascine. A questo punto l’entusiasmo popolare raggiunge il massimo e ognuno tifa per il cabdaio abbinato al proprio quartiere e o alla propria corporazione. Infatti è consuetudine che il caldaio che bollirà per primo riceverà un premio e, soprattutto, le felicitazioni di tutti i pollutresi che dallo svolgimento del rito traggono auspici di benessere e prosperità.

Le fave, poi, una volta cotte, vengono distribuite insieme alle panicelle e consumate per devozione. La tradizione, che mostra complessi aspetti mitici che si ricollegano a rituali antichissimi in cui entrano le valenze ctonie e sacrali delle fave, i concetti solari e del ritorno ciclico del tempo, ha una sua spiegazione popolare. Una leggenda di fondazione riferisce che San Nicola, Santo dell’abbondanza, come dimostra anche la manna che si distribuisce a Bari e le palle d’oro che tiene in mano nella iconografia corrente, avrebbe salvato la gente di Pollutri, durante una terribile carestia, moltiplicando a dismisura proprio un pugnetto di fave. L’uso di accendere fuochi durante il periodo che precede o segue immediatamente il solstizio d’inverno è diffuso in tutta l’Europa dove, a seconda dei luoghi e delle circostanze, acquista caratteri propri.

Ovunque, però, il valore generale resta quello del rinnovamento propiziatorio, dell’interruzione simbolica del quotidiano a favore del tempo sacro e primordiale in cui si colloca ogni rifondazione. Nascono così le licenze di dicembre, quelle stesse su cui i Latini impostavano le celebrazioni di Giano che precedevano in ordine cronologico quelle di Saturno ed entro le quali, in ambito mediterraneo, si confrontavano le antinomie della cultura pastorale e di quella agricola.

In questo contesto si collocano i Faugni di Atri, in cui anche il nome, quando si accetti l’interpretazione che vi individua la forma volgarizzata di Fauni ignis, riconduce a misteriose ed antiche simbologie solari connesse ad un concetto panico della natura.

Il fatto che la tradizione si svolga in onore della Concezione Immacolata di Maria e che, nella formalizzazione attuale, si esprima entro le coordinate della devozione cattolica, non ha annullato le valenze archetipiche del rito che mostra ancora, sia pure a livello di suggestione, i caratteri iniziatici e misterici, propri dei cerimoniali agrari in cui entra a far parte una divinità femminile.

All’alba dell’8 dicembre, quando le ombre sono ancora fitte, gli atriani danno vita ad una spettacolare processione, durante la quale raggiungono la cattedrale facendosi lume con grossi fasci di canne, tenuti stretti da legacci vegetali. Spesso, al rintocco dell’antica campana del tempio mariano, dalle varie contrade o dai quartieri della città, si muovono compagnie saImodianti che raggiungono la piazza della chiesa, recitando preghiere e intonando inni religiosi. Lo spettacolo, anche per lo scenario storico ed artistico in cui si svolge, è di grande effetto e suscita la commossa partecipazione degli astanti.

Un particolare significativo che ricollega i faugni di Atri alle antiche feste latine è che, durante la processione, i giovani, senza che alcuno ritenga il comportamento disdicevole al raccoglimento del corteo, si divertono a sparare micce e mortaretti con il dichiarato intento di farsi notare e avvicinare le ragazze.

Il rito si conclude con l’ascolto della messa mattutina, all’uscita della quale, quando ormai è giorno fatto, gli atriani si ritrovano sul sagrato, su cui si apre il bellissimo portale di Rainaldo, per ascoltare le note della banda musicale e scambiarsi auguri di prosperità e di pace.

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