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I’ doto voi, del mese di gennaio, corte con fuochi ed in salette accese, camer’e letta d’ogni bello arnese, lenzuol’ di seta e copertoi di vaio, treggea confetta e mescere a razzaio
(Folgore da San Gimignano: Sonetti dei mesi) |
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Sotto la sferza del vento e del manto bianco della neve le vacanze in agriturismo invitano ai ritorni domestici, alle pause meditative, alla riscoperta dei piccoli piaceri quotidiani |
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Testo di Maria Concetta Nicolai Foto Archivio D’Abruzzo |
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| Tempo d'inverno |
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Tempo di famiglia |
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L’iconografia tradizionale dei calendari scolpiti sui portali delle cattedrali rappresenta l’Inverno o Gennaio, che di questa stagione è il mese centrale, con l’immagine di un uomo seduto accanto al fuoco di un grande camino, mentre provvede a girare uno spiedo di carni arrostite. |
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L’iconografia tradizionale dei calendari scolpiti sui portali delle cattedrali rappresenta l’Inverno o Gennaio, che di questa stagione è il mese centrale, con l’immagine di un uomo seduto accanto al fuoco di un grande camino, mentre provvede a girare uno spiedo di carni arrostite.
Ecco gennaio accanto al fuoco gira l’arrosto e fa un bel gioco si siede a tavola da gran signore di tutti i mesi egli è il migliore
recita, l’antica canzone dei dodici mesi che di quelle opere scultoree è la diretta discendenza e che ancora trova spazio nei carnevali contadini, ripetendo a livello popolare un genere didascalico che trova nella forma letteraria colta, duo-trecentesca, esempi illustri nel Carmina de mensibus di Bovesin da la Riva e nei sonetti di Folgore da San Giminiano e che prosegue fino quasi ai nostri giorni, con tono più stereotipato, nei Libri delle ore e negli Almanacchi.
Je me fais janvier appeller le plus froid de toute l’année, mais si me puis je bien vanter que ma saison est approuvée
"Gennaio mi faccio chiamare, io sono il mese più freddo dell’anno, ma mi posso ben vantare perché tutti hanno stima di me", recita l’incipit di un poema franco-borgognone del XVI secolo, ampiamente diffuso dai Caminanti e dagli artisti di piazza anche in Italia. Era partita dal sud della penisola, del resto, la laicizzazione del calendario ecclesiastico, strutturato sull’epatta, l’indizione romana, la lettera domenicale e la lettera del martirologio, dando, al di fuori dell’uso liturgico, un senso alla suddivisione convenzionale dell’anno in dodici parti. La Scuola salernitana consigliava, infatti, in quell’opera di sincretismo culturale che è il Regimen sanitatis, comportamenti igienici e pratiche mediche adeguate a ciascun mese.
In iano claris calidisque cibis potiaris Atque decens potus post fercula sit tibi notus. Cedit enim medo tunc potatus bene credo Balnea tute intres et venam findere cures.
"A gennaio berrai minestre calde e chiare, ma dopo i pasti sappi che devi bere con misura. In quella circostanza infatti la cosa migliore è sorbire uno sciroppo con il miele. Quindi prendi tranquillamente i bagni e sottoponiti al salasso". Ritorna, sia pure rapportata ad una dimensione curiale e di otium aristocratico, l’aspetto conviviale dell’inverno e in particolare del mese di gennaio, percepito, a lungo e in qualche caso fino ai nostri giorni, dalla cultura contadina come tempo della famiglia e dei lavori domestici. Mentre la neve e il gelo ricoprono i campi seminati, mentre i frutteti agitano sotto la sferza della tramontana i rami spogli e la vigna è un lungo filare scheletrito, questa è la stagione della sapienza e del racconto. Vecchi e bambini ritrovano intorno al focolare acceso gli spazi della memoria e della curiosità, dei segreti e dei sentimenti.
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| Tempo d'inverno |
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Tempo di racconti |
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Il convivio dei novellatori in un verziere di maggio è soprattutto un topos letterario, declinato sotto la suggestione della poesia cortese. Di contro il tempo del racconto popolare è l’inverno e lo spazio privilegiato è il riverbero rutilante del fuoco acceso. |
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Il convivio dei novellatori in un verziere di maggio è soprattutto un topos letterario, declinato sotto la suggestione della poesia cortese. Di contro il tempo del racconto popolare è l’inverno e lo spazio privilegiato è il riverbero rutilante del fuoco acceso. Tutta la novellaia tradizionale, a cominciare dalle fiabe di Perrault ruota intorno al focolare e alla veglia invernale. Se in Abruzzo non sembra diffusa la pratica delle dodici notti, così radicata in Campania, dove, dalla sera dell’Epifania alla vigilia di Sant’Antonio Abate, la famiglia contadina, convitati amici e parenti, ogni sera si riunisce intorno al narratore che fino alle luci dell’alba intrattiene l’uditorio sugli archetipi della Vita e della Morte, del Bene e del Male, del Sole e della Luna, nondimeno anche la cultura orale abruzzese, fosse solo nell’immaginario collettivo, esprime i suoi esempi soprattutto nelle grandi feste invernali, quando i vecchi ritrovano il ruolo di depositari di memorie e saperi. Per quanto siano mutati stili di vita, consuetudini familiari e finanche tipologie abitative, tuttavia è proprio in queste occasioni che la famiglia rinnova il confronto generazionale e ricomprende, entro il modello allargato, nonni, zii, genitori, figli e nipoti, cosicché, per una sorta di regola naturale, ognuno riassume collocazioni e funzioni proprie e se ai più anziani spetta l’affascinante compito di raccontare, ai giovani è riservato lo stupore sempre nuovo e sempre suggestivo dell’ascolto. I racconti d’inverno sono sempre quelli del mito e della fantasia ed anche in questi nostri tempi di comunicazione multimediale la seduzione della voce narrante svolge e riavvolge la trama entro gli spazi misteriosi e immensi dell’immaginazione. La parola si ammanta di toni e di gerghi, approda sui silenzi, suscita e accompagna sensazioni e sentimenti, mentre lo sguardo e il gesto sospendono, tra la curiosità e l’attesa, l’attenzione di chi ascolta. La campagna abruzzese è disseminata ancora di casali e masserie dove qualche anziana è disposta, nelle lunghe sere di freddo, ad intrattenere i bambini con le storie di sempre. Allora lo scuro che copre le colline, i filari vuoti delle vigne e i campi gelati si accendono di mille colori e mentre la reginella si affaccia ad un palazzo con cento finestre risplendenti, il re del Portogallo si mette in viaggio per trovare una sposa bianca come il latte e rossa come il sangue. Cammina, cammina e cammina, a Napoli ‘ngundrò na vecchiarelle che jju fermò e jji disse:
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| Tempo d'inverno |
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Tempo di Magie |
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L’inverno è tempo di predizioni e di oroscopi. A Natale, al rintoccare della prima ora di notte il più vecchio della casa spazza la brace sulla pietra rovente e vi pone dodici chicchi di grano per vaticinare la meteoreologia dell’anno venturo e la qualità dei raccolti |
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L’inverno è tempo di predizioni e di oroscopi. A Natale, al rintoccare della prima ora di notte il più vecchio della casa spazza la brace sulla pietra rovente e vi pone dodici chicchi di grano per vaticinare la meteoreologia dell’anno venturo e la qualità dei raccolti. Le donne, invece, nella Santa Notte rinnovano le virtù per sciogliere il maleficio e il malocchio e passano ad altri, e soprattutto alle generazioni più giovani, i saperi della magia, le istoriole e le pratiche della fascinazione terapeutica e religiosa. E mentre i saggi lustrano la casa con un ramo d’ulivo asperso nell’acqua benedetta, le strade, apparentemente vuote e silenziose si popolano di streghe e di lupi mannari. Il vento copre il sibilo dei loro respiri, ma il contadino forte che a giugno, tra San Giovanni e San Pietro e Paolo ha raccolto bene la messe di spighe sul campo e ancora meglio ha riempito il granaio per Sant’Anna e San Gioacchino, nasconde la falce sotto la cappa nera e in questa sua tenuta di mietitore notturno, incatena le anime tristi vicino alle fontane, affinché non turbino il sonno dei bambini. A mezzanotte in punto il tempo percepito dagli uomini secondo la scansione dei giri del sole e della luna, finisce e ricomincia. Per un attimo il prodigio riempie il cielo e ricopre la terra. I fiumi si fermano, le stelle restano immobili, in fondo al bosco si illumina il fiore della felce e gli animali parlano. In campagna è tempo di rinnovare il fuoco e l’acqua; il primo, con il ciocco di Natale arso devotamente, sera dopo sera, fino all’Epifania, la seconda, alle prime e ancora gelide luci della mattina di Capodanno, presso una sorgente libera e antica. Le ragazze gettano la scarpetta fuori l’uscio per pronosticare la fortuna dello sposo e la data delle nozze e l’allegra brigata dei giovanotti va cantando, di casa in casa, la Pasquetta.
E domani è la Pasquetta e stasera è l’Epifania, Io ci canto in questa via per la Vergine Maria Io ci canto in questa casa per la Vergine Beata. Io mi volto a man’a manca Padre, Figlio e Spirito Santo. Io mi volto a mano dritta e ci trovo l’angelo scritto E scritto e scrittura Dio vi mandi la ventura. Buona ventura vi manda Dio Buona Pasqua a Signoria.
Ma il tempo della magia continua anche dopo l’epifanie che "tutte le feste si porta via": il 25 gennaio, per la conversione di San Paolo la serpe si sveglia e rialza la testa e chi nasce il quel giorno è ciaraulo ed ha il potere di vincere il morso del grande cervone. Perché "se San Domenico ha fatto la serpe, San Paolo l’ha scoperta, l’ha messa in mezzo al mare, l’ha squagliata come il sale, come il sale a la minestra, vatti a squagliare brutta bestia". In quel giorno il contadino pota le viti e minaccia con la scure gli alberi infruttuosi. Quindi, scrutando il cielo interroga le stelle sulla stagione che verrà.
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| Tempo d'inverno |
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Tempo di Carnevale |
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Per la cultura contadina, Carnevale è uno dei momenti più complessi, contraddittori ed inquietanti dell’anno. È il lungo confine tra la stagione invernale e quella primaverile e non solo perchè comincia a Sant’Antonio Abate e, attraversando la Candelora, San Biagio e qualche volta anche San Valentino, continua, in un crescendo di trasgressioni, fino a martedì grasso |
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Per la cultura contadina, Carnevale è uno dei momenti più complessi, contraddittori ed inquietanti dell’anno. È il lungo confine tra la stagione invernale e quella primaverile e non solo perchè comincia a Sant’Antonio Abate e, attraversando la Candelora, San Biagio e qualche volta anche San Valentino, continua, in un crescendo di trasgressioni, fino a martedì grasso. Carnevale è una grande festa, anzi la Grande Festa del mondo contadino, perché, più di ogni altro evento, racchiude ed esprime gli archetipi e i valori fondativi dell’agricoltore. Di fronte ad uno scenario di campi gelati, di alberi apparentemente dissecati, di lunghe notti ventose e di giorni pallidi ed esangui, il senso religioso, di chi ha legato la sua sopravvivenza alla terra e al giro quotidiano del sole, si interroga sui misteri della morte, della vita e della rinascita, sull’antinomia del tempo finito degli uomini e del tempo rinnovato della Natura, si piega sotto il peso dell’angoscia e si sorregge all’anelito della speranza. L’eccesso, la licenza, la disinibizione, l’orgia che, mediante una serie di pratiche simboliche e cerimoniali rimettono in discussione regole e certezze consumate dalla quotidianità, la rappresentazione che tramite il superamento della fisicità, tenta di arrivare alla percezione del Vero, la possessione che per mezzo della maschera rende corporeo lo spirito e ricongiunge, in una unica linea, i segmenti del passato e del presente, danno vita ad una sorta di mondo alla rovescia dove ognuno è, allo stesso tempo, sé stesso e tutti gli altri e ogni cosa, ogni gesto sono stupefacentemente nuovi e cristallizzati nel mito. Oggi, a dire il vero, poco o nulla resta dei carnevali contadini che un tempo animavano le contrade e le piazze con il corteo dei Dodici mesi, dei processi alla fame, alla miseria, alle frustrazioni, impersonate da una maschera sarcastica e tragica di una vecchia procace e vogliosa che assume, di luogo in luogo, pur mantenendo caratteri comuni, espressioni e nomi diversi, delle abbuffate di ravioli e salsicce consumati in un canonico e rilucente pitale, a significare l’inesorabile rapporto, tra l’alto e il basso. Nulla resta dell’oscenità trasgressiva della pantomima del gallinaccio che riempiva le osterie di risa ed incitazioni salaci o dei giochi di iniziazione come È morto Sansone, con cui la gente di campagna rappresentava, in un gioco delle parti sempre uguale e sempre stupefacente, la dimensione doppia dell’umanità e del tempo. I cavalieri in corsa non decapitano più, con un colpo secco di spada, un gallo sotterrato fino al collo. Oggi il carnevale, ridotto a un gioco di mascherine infantili, omologato quasi ovunque in una sfilata di carri allegorici, chiuso entro lo sfavillio delle discoteche, forse, non è più il segno rappresentativo di valori cosmogonici. Ma in campagna, fino a quando, sia pure sempre con minore consapevolezza rituale, qualche vivace brigata di giovani, cantando, di casa in casa, inscena il Ballo della Sposa agitando i cimbali di un tamburello e suscitando con il travestimento allusivo l’ilarità generale, possiamo ancora sperare nella Salvezza.
E la sera di Carnevale li pijeve la moje ji’. Nin vuleve fa’ lu pane si nni ere farine de grane.
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| Tempo d'inverno |
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Tempo di granai pieni |
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Mai come d’inverno, se l’annata è stata generosa ed ha ripagato il lavoro nei campi, l’agricoltore ringrazia il Cielo per il pane quotidiano concesso e si compiace della propria fortuna. Nell’ora dilatata dell’ozio parallelo al sonno delle colline e delle valli brumose e alla chiusura del bosco sotto il peso della neve, la casa diviene il forziere degli affetti e della dovizia |
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Mai come d’inverno, se l’annata è stata generosa ed ha ripagato il lavoro nei campi, l’agricoltore ringrazia il Cielo per il pane quotidiano concesso e si compiace della propria fortuna. Nell’ora dilatata dell’ozio parallelo al sonno delle colline e delle valli brumose e alla chiusura del bosco sotto il peso della neve, la casa diviene il forziere degli affetti e della dovizia. Il grano colma fino all’orlo le bocche larghe dei sacchi, il vino rischiara nelle botti, l’olio riempie gli orni e dalle travi della dispensa pende la ricchezza dell’orto e del frutteto. Accanto all’ambra appassita dell’uva scoppia come una risata improvvisa il rosso dei pomodori e dei peperoni, il giallo delle zucche, l’arancio del granoturco, il verde dei meloni. Sopra gli assi, i fichi, essiccati al sole d’agosto e rinfrescati all’aria di settembre, tingono le dita di dolcezze, mentre l’apparente modestia delle mele riempie l’aria di profumi sottili. In un angolo più nascosto, sottratte alla golosità dei più piccoli, le noci, le avellane, le mandorle attendono di impreziosire le sere di festa, insieme alla lunga teoria degli orcioli pieni di marmellate e di miele. Né manca l’acre presenza delle forme di cacio, ben disposte sull’assito di canna dondolante dal gancio della volta. Ma su tutto trionfa glorioso il maiale. Vera ricchezza dell’inverno contadino e apoteosi di una tavola, abitualmente parca, il maiale dopo il necessario sacrificio cruento, rivela e moltiplica le sue virtù. "Del porco non si getta niente" ammonisce un detto popolare; a cominciare dal sangue che, quasi come preludio di tutti gli altri doni successivi, per primo sgorga a fiotti dal colpo appena inferto e spesso arrossa la neve. Sangue fritto con un ramo di rosmarino e un accenno d’aglio, sangue dolce, maritato con mandorle e noci, mantecato con il mosto cotto; vere delizie per gli intenditori, ma pur sempre una superflua eccentricità rispetto alle qualità più concrete dei prosciutti di coscia, dei capilombi, delle soppressate, delle salsicce di spalla, della ventresca, del lardo, del guanciale, degli zampetti, delle orecchie, delle cotenne, dello strutto e persino del muso e degli sfrigoli, estremo eppure ineffabile resto della consunzione finale. Unico, insostituibile, inimitabile, più del paziente bue, della mite pecora, del razzolante pollastro, del prolifico coniglio, il maiale partecipa, per l’immaginario collettivo, persino alla santità. Non c’è chiesa di campagna che non abbia il suo Sant’Antonio abate con l’immancabile porco tra i piedi. Una compagnia che è molto più densa di significati di quella di San Rocco e il cane. In nome del monaco eremita l’uccisione del maiale si carica di segni rituali e la richiesta di salsicce e di cotechini alla fine del canto di questua perpetua, con la ridistribuzione dei beni alimentari, una sorta di originario annullamento delle classi sociali, in nome di una Sacralità sospesa tra cielo e terra.
O salsicce o salcicciotto vino crudo e vino cotto Sia pur l’osso del prosciutto Sant’Antonio accetta tutto.
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| Tempo d'inverno |
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Tempo di grandi panarde |
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I banchetti invernali sono sempre epici, a cominciare dal cenone di Natale e continuando via via, per quello più laico di Capodanno e per la panarda rituale per Sant’Antonio Abate, fino all’orgia alimentare di Carnevale |
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I banchetti invernali sono sempre epici, a cominciare dal cenone di Natale e continuando via via, per quello più laico di Capodanno e per la panarda rituale per Sant’Antonio Abate, fino all’orgia alimentare di Carnevale. Il cibo è, infatti, nella cultura contadina, un elemento simbolico di base. Riunire intorno ad uno stesso desco, specialmente nelle ricorrenze solenni, le varie generazioni parentali, esprime una concezione sacrale che riconosce al mangiare, al digiuno o alla tabuizzazione di particolari alimenti, valori religiosi, morali e sociali. La letteratura in argomento offre un ventaglio di esempi vario e diffuso, dalla iscrizione di Santa Maria a Vico, nei pressi di Sant’Omero, che ricorda che il Collegio dei Fratelli di Ercole, ogni anno aveva l’obbligo di indire un banchetto rituale per i sodali, alle pratiche, tutt’ora in uso, del cibo consumato all’interno di uno spazio cultuale. D’inverno anche la qualità del cibo sembra assumere toni ancora più rilevanti. A nessuno sfugge il senso antropologico dei torroni e dei dolci che hanno i contorni incerti e misteriosi del mito che rievoca l’antico dono di focacce e di miele in calendas januari. Se la cena del 24 dicembre prevede "nove portate di magro come i mesi della gravidanza della Madonna" non è solo per una stravagante cabala, ma perché la saggezza popolare, riconoscendo la necessità di interrompere, sia pure a livello simbolico, il disagio di vivere, recita che "a Natale né freddo, né fame". E cosi, nel nome di una provvidenza e abbondanza per tutti, si imposta anche il pranzo di Capodanno che ha suoi cibi di rito con le lenticchie e l’uva consumate a scopo propiziatorio. Persino i ravioli e le salsicce di Carnevale vanno letti nel segno della cultura popolare tesa tra le antinomie del possesso e della privazione. Ma l’evento che più di ogni altro, nel periodo invernale, assomma ed esalta il caratteri rituali del consumo collettivo del cibo è la grande panarda di Sant’Antonio Abate. La tradizione è comune a molti paesi, ma esprime meglio il concetto di celebrazione comunitaria con forti permanenze magico-religiose, a Villavallelonga, un piccolo centro all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo. L’aspetto più spettacolare della panarda sta nella quantità delle portate che possono superare anche il numero di cinquanta e nella etichetta che impone ai commensali di onorare la tavola, consumando le vivande servite nel piatto. Attualmente le famiglie obbligate sono una ventina ed ogni anno, immancabilmente, la sera del 16 gennaio, allestiscono un grandioso banchetto che si protrae tutta la notte. Nella stanza in cui si svolge il convivio viene preparato un altare su cui troneggia l’immagine di Sant’Antonio Abate, in mezzo a composizioni ornamentali di frutta, uova, dolci. Quando tutti gli invitati hanno preso posto alla mensa il padrone di casa recita il rosario, intona l’Orazione di Sant’Antonio, dopo di che dà l’ordine di servire gli ospiti. La cena si protrae per tutta la notte, tra momenti di preghiera e di canti religiosi e tra la visita delle compagnie di questua che girano di panarda in panarda richiedendo doni e cibo in nome di Sant’Antonio Abate.
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| Tempo d'inverno |
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I sapori e i profumi della campagna d’inverno |
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I prodotti tipici invernali (salumi, legumi, confetture e dolci possono essere degustati ed acquistati presso le seguenti aziende agrituristiche |
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Bellavista. Campotosto (Aq). Tel. 0862. 900128. Mortadella di Campotosto ed altri salumi Casa Colonia. Barete (Aq). Tel. 0862. 976322. Dolci e salumi Casale Mancinelli. Capitignano (Aq). Tel. 0862.902259. Fagioli e salumi Da Adele. Calascio (Aq). Tel. 0862. 930104. Dolci tipici La Canestra. Capitignano (Aq). Tel. 0862. 901243. Dolci al farro, confetture La Casa Rosa. Montereale (Aq). Tel. 0862. 902339. Salumi, dolci, ceci, lenticchie e fagioli Casa Sole. Castelvecchio Subequo (Aq). Tel. 0864.797206. Dolci, ceci e cicerchie Jovana. Scanno (Aq). Tel. 0864.74657. Dolci tipici Le Prata. Scanno (Aq). Tel. 0864. 747263. Dolci tipici L’Ape e l’Orso. Villetta Barrea (Aq). Tel.0864.890129. Dolci al miele La Porta dei Parchi. Anversa degli Abruzzi (Aq). Tel. 0864.49492. Salumi tipici (salame di pecora) Fattoria dell’Uliveto. Scerni (Ch). Tel. 0873. 914173. Dolci, legumi, confetture e ventricina La Collina degli Allori. Casalbordino (Ch). Tel. 0873.900369. Dolci tipici e salumi Il Profumo dei Ricordi. Celenza sul Trigno (Ch). Tel. 0873.958159. Salumi e dolci Montefreddo. Palmoli (Ch). Tel. 0873. 955254. Salumi Casino di Caprafico. Guardiagrele (Ch). 0871.897492. Legumi e dolci al farro Ferrara Linda. Montazzoli (Ch). Tel. 0872.947286-947134. Salumi Il Mulino. Montenerodomo (Ch). Tel. 0872.969729. Salumi La Vecchia Casetta. Montenerodomo (Ch). Tel. 0872.960154. Salumi e legumi De Lutiis Maria. Palena (Ch). Tel. 0872.918391. Salumi L’Uliveto. Palombaro (Ch). Tel. 0871. 895201. Salumi Bruno Palmerino. Roccaspinalveti (Ch). Tel. 0873.959142. Salumi Olimpo. Villa Santa Maria (Ch). Tel. 0872. 900425. Salumi e confetture Agriverde. Ortona (Ch). Tel. 085. 9032101. Dolci e confetture Collalto. Penne (Pe). Tel. 085.8215003. Confetture e legumi Ai Calanchi. Loreto Aprutino (Pe). Tel. 085.4214473. Salumi Collatuccio. Loreto Aprutino (Pe). Tel. 085.8210737. Confetture Di Mascio Ernesto. Loreto Aprutino (Pe). Tel. 085.8289263. Salumi Il Portico. Penne (Pe). Tel. 085. 8210775. Confetture Il Vecchio Frantoio. Farindola (Pe). Tel. 085.8236271. Salumi Fonte Cupa. Farindola (Pe). Tel. 085. 8236272. Salumi Di Giacomo Sandro. Pianella (Pe). Tel. 085.971163. Dolci tipici, pane, confetture Di Cesare Alberto. Pianella (Pe). Tel. 085.971196. Salumi La Ventilara. Penne (Pe). Tel. 085. 823374. Confetture Tenuta Sigillo. Penne (Pe). Tel. 085. 28102. Dolci tipici Rasetta Orlando. Catignano (Pe). Tel. 085.845351. Salumi Di Giovanni Pierluigi. Cepagatti (Pe). Tel. 085.9749561. Salumi Speranza Domenico. Cepagatti (Pe). Tel. 085.9771517. Salumi Mucciante Dino Vittorio. Carpineto della Nora (Pe). Tel. 085.849203. Salumi L’Aperegina. Corvara (Pe). Tel. 085. 8889351. Miele, confetture e salumi La Lindera. Corvara (Pe). Tel. 085. 8885859. Confetture e dolci Cusano. Roccamorice (Pe). Tel. 0858. 572208. Confetture La Pagliarella. Caramanico Terme (Pe). Tel. 085.928174. Salumi Tholos. Roccamorice (Pe). Tel. 085. 8572590. Dolci e confetture Fonte Riccione. Rosciano (Pe). Tel. 085. 8505832. Dolci e confetture Grande Giuseppe. Villa San Giovanni -Rosciano (Pe). Tel. 085.8505848. Salumi Capodacqua. Cermignano (Te). Tel. 0861.66678. Salumi, dolci e confetture Colle San Giorgio. Castiglione M. Raimondo (Te). Tel. 0861.990492. Salumi La Fattoria. Castiglione Messer Raimondo (Te) Tel.0861.990378. Salumi La Ginestra. Castiglione M. Raimondo (Te) Tel. 0861.990140. Dolci e salumi Colle Settevangeli. Arsita (Te). Tel. 0861.998008. Dolci e confetture Conti di Monteverde. Cellino Attanasio (Te). Tel. 0861.668598. Confetture e frutta secca Gioia. Cellino Attanasio (Te). Tel. 0861. 659055. Dolci e confetture Il Melograno. Cellino Attanasio. (Te). Tel.0861.659041. Confetture e dolci Di Marco Eugenio. Arsita (Te). Tel. 0861. 995208. Salumi, dolci e confetture Lo Zar. Giulianova (Te). Tel. 085. 8000145. Salumi di cinghiale Il Feudo. Castellalto (Te). Tel. 0861. 556241. Dolci e salumi La Tana del Lupo. Crognaleto (Te). Tel. 0861.95460. Salumi Le Macine. Teramo Tel. 0861. 555227. Dolci e confetture Picchio Verde. Teramo. Tel. 0861. 328737. Dolci tipici Cerquone. Tossicia (Te). Tel. 0861. 698097. Confetture Trabassi. Isola del Gran Sasso (Te). Tel. 0861.975185. Salumi I Tre Comignoli. Tossicia (Te). Tel. 0861.593147. Salumi I Vaccari. Isola del Gran Sasso. (Te). Tel. 0861.975045. Confetture Il Borghetto. Tossicia (Te). Tel. 0861. 698498. Dolci e confetture Il Regno dei Sogni. Colledara (Te) Tel. 0861.698253. Dolci Di Carmine Adina. Castel Castagna (Te). Tel. 0861.650165-650070-697227. Salumi La Quercia. Colledara (Te). Tel. 0861. 698350. Salumi e confetture vTembrietta. Isola del Gran Sasso (Te) Tel. 0861.975262. Salumi Le Macine. Silvi (Te). Tel. 085.9354033. Salumi Gioie di Fattoria. Controguerra (Te). Tel. 0861.82269. Farina e biscotti al farro Cardelli Annibale e Giuseppe. Corropoli (Te). Tel. 0861.82550. Salumi
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