| TERRE ABRUZZESI |
| TERRE AQUILANE |
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Aziende Agrituristiche nella Provincia di L'Aquila |
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La luce che frange gli orizzonti piatti, mostra una discontinua geometria naturale, la cui imponenza si fa improvvisamente manifesta. L’Abruzzo aquilano si mostra agli sguardi dei viaggiatori come un luogo segreto. La sua dolcezza nascosta, senza clamore, si mostra all’improvviso, inattesa, lungo le mulattiere alle pendici dei monti o nel volo fragile dei passeri verso le sorgenti nascoste tra le pietre. Da questa prospettiva, parlare di una regione come l’Abruzzo, ed in particolare di quello aquilano, impone comunque l’acquisizione di un modo nuovo di relazionarsi. Questi territori altomontani vanno scoperti gradualmente, con gli occhi dei grandi viaggiatori del passato, che ne hanno lasciato immagini e descrizioni vive ancora oggi. Si cercherà brevemente di accompagnare il lettore nel suo viaggio, fornendogli una serie di "informazioni visive" che possano immetterlo direttamente nella comprensione di questa realtà in trasformazione. In certe mattine di primavera, quando la luce insiste a tratti sulle radure spoglie, gli altopiani brulli, disseminati di pietre sfrangiate dal gelo, nascondono il mistero del tempo e della sua fissità. Le strade di montagna che accompagnano il viaggiatore, sono vere e proprie rampe di lancio, spesso in un paesaggio sconfinato scosso da venti perenni. Per comprendere profondamente queste terre, bisogna in qualche modo relazionarsi con la civiltà pastorale, fatta di immagini e suggestioni spirituali: come il credere che la montagna non è immobile, ma muta continuamente e soltanto a guardarla in silenzio, per lungo tempo, si può comprenderne i segreti. L’ integrità umana e 1’ esperienza visiva, costituiscono un prezioso strumento di comunicazione che aiuta a comprendere lo spirito di queste genti, l’universalità della cultura pastorale, i suoi miti arcaici, gli antichi racconti. L’Abruzzo aquilano è un incessante fuga di luci, è un monumento vivente alla civiltà agro-pastorale che ha edificato silenziosamente opere solenni ai suoi santi. Il viaggiatore potrà amare questo territorio anche per la sua asperità armoniosa, spesso incompresa e per quello spirito di conservazione della sua gente che ha permesso, malgrado tutto, la sopravvivenza di un patrimonio naturale da cui potrà ripartire un percorso nuovo di comprensione della realtà. Si pensi che il 60% del territorio provinciale è sottoposto a tutela naturalistica. L’ospitalità forse troppo pudica della sua gente, è un valore umano da comprendere e rispettare. I nuovi viaggiatori sapranno riconoscere questo territorio come una parte integrante della propria memoria e della propria storia individuale. L’Abruzzo aquilano costituirà una incessante trasgressione visiva, forse lo strumento per una propria crescita interiore. Paesi distesi sulla terra come sulle rive di un fiume di luce, sono i testimoni delle stagioni ventose, degli affanni costanti degli animali che lottano per la sopravvivenza. Nelle valli incassate tra le montagne, quando la primavera scioglie il suo corpo, riappare il segno dimenticato della civiltà perduta. Tra le cime dei mandorli incolti nidificano gli uccelli ed un sole remoto scalda l’aria nei fossi selvatici. Da lontano i margini delle montagne chiudono lo sguardo aprendo le ali all’immaginazione. Quando l’inverno abbandona le campagne lasciando l’aria profumata di vento e di polvere, allora, su queste terre marginali splende una luce incerta, fuori dal tempo. Così il giorno prorompe nelle strade delle antiche città d’arte, viola gli ambiti più nascosti, riconferendo una dignità sopita a bifore inosservate, a vicoli in penombra, a cattedrali grandiose. Il gioco delle luci diviene un elemento palpabile per chi attraversi questa parte d’Abruzzo; una fuoriuscita prorompente di toni che rende vibrante l’esperienza diretta. L’imponenza delle montagne sgretola emotiva-mente ogni ingenua materialità, per imporsi con un’armonia improvvisa. Questa terra ha una segreta fierezza, una integrità arcaica, scritta negli occhi degli anziani, nelle loro parole misurate, nei sorrisi furtivi dei bambini o nei vecchi fontanili, memori di storie passate. Immagini che raccontano una vicenda collettiva, consumatasi lontano dagli eventi della storia ufficiale, al riparo di una luce selvatica, tra i paesi di pietra e i silenzi delle valli. |
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| TERRE CHIETINE |
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Aziende Agrituristiche nella Provincia di Chieti |
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Dalle forre e dai boschi selvaggi della Majella alle colline fruttifere, paesaggi diversi mantengono una intrinseca armonia. In una lingua di terra pianeggiante in vista del Gran Sasso e della Majella, si trova Chieti. La sua provincia, molto ampia, racchiude in modo completo le peculiarità di questa regione. Un vasto braccio di mare impatta la costa adriatica, come un’azzurra presenza, lasciando le terre costiere come una sorta di frontiera geografica, aperta sul Mediterraneo. Dalle forre e dai boschi selvaggi della Majella alle colline fruttifere, paesaggi diversi mantengono una intrinseca armonia. La fascia costiera oggi è un po’ l’esempio più concreto dello sviluppo economico della regione. Il carattere più comunicativo della sua gente, ha reso possibile uno sviluppo sempre più accentuato. Le aree interne risentono di quell’immobilismo che interessa invece le aree appenniniche. La Majella si scorge in lontananza coperta di neve fino alla fine di maggio. Il suo corpo arrotondato si impone allo sguardo come una testuggine maestosa, che ha trasformato il moto in spiritualità. Qualunque via si percorra per arrivarvi, la montagna madre degli abruzzesi conforta segretamente l’animo del viaggiatore, mostra la sua veste più attraente. Spesso avvolta di nuvole, battuta da venti violenti, cercata segretamente da bianchissimi greti, essa si apre lentamente man mano che ci si inoltra nel suo ventre di boschi, di silenzi fittissimi. La solenne severità dell’Abruzzo montano assume una dimensione assoluta. Il volo dell’aquila reale sfonda la resistenza dell’aria, diviene aspirazione ad una libertà inarrivabile. A pochi chilometri di distanza dai centri urbani, cresce l’ombra eterna della montagna. La sua spiritualità pura. I ripari di pietra dei pastori testimoniano la lunga presenza dell’uomo sulla Majella, la sua inestinguibile lotta per la sopravvivenza. Più di ogni altra montagna d’Abruzzo, essa reca i segni di un passato monastico; sono numerosi, infatti, gli eremi incassati nelle pareti rocciose, sperduti tra ombra e vento, sospesi in un vuoto vibrante. Il territorio si espande come una traccia di luce argentea fino alle propaggini più meridionali della regione, in una contiguità costiera che idealmente non ha argine alcuno. Vasta solarità di spazi che sfonda l’emozione per divenire lieve tepore di terre emerse, seccate dalla salsedine. Gli ulivi argentati o le vigne incidono la luce come un grido d’uccello nel vento, unione di mare e di terre. La profondità irripetibile dei suoi marroni è una contaminazione mediterranea, che rende questo fertile margine di costa, parte viva di una cultura in trasformazione. L’allegria della sua gente è un aspetto che distingue le culture costiere meno diffidenti, meno combattive, da quelle interne. Attraversando queste terre si ha l’impressione forte di una dinamicità più moderna, di un desiderio di guardare lontano. Oltre quella macchia azzurra eternamente inquieta l'allegria della costa invita ad una digressione immaginaria, che richiama echi di popoli lontani. Le spiagge bianche s’accucciano ai piedi del mare, come un flebile delirio di sole. I paesi soffiati sulla terra, rischiarati dal sole del mattino, giocano con il limite geografico impostogli dall’uomo. Potrà il viaggiatore divertirsi in questa ricollocazione ideale delle forme in cui le culture non hanno mai nulla di isolato e di statico. Convive un po’ nei popoli costieri una laboriosità pervasa da un desiderio di avventura, di peregrinazione. In questa terra si sono fuse tensioni ed esperienze difformi tra loro, che l’hanno portata ad essere oggi una cultura composita, rispetto al suo passato più recente, che rivive in modo moderno nell’affermarsi delle grandi produzioni vinicole, di uva da tavola ed olivicole. |
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| TERRE PESCARESI |
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Aziende Agrituristiche nella Provincia di Pescara |
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NUOVO E ANTICO La Provincia di Pescara nasce nel 1927. Risultò dall’unione di alcuni territori interni delle prime tre province abruzzesi che li cedettero più facilmente rispetto al tratto costiero già da allora più decisivo nel quadro dell’economia e delle comunicazioni. Sono solo tre, infatti, i comuni della Provincia affacciati sul mare: Città Sant’Angelo, Montesilvano e Pescara, quest’ultima nata dalla fusione, anticipata da scontri e diatribe, prolungatesi per anni, tra l’antico abitato di Pescara, in provincia di Chieti, e il nuovo centro di Castellamare Adriatico, dipendente da Teramo, scivolata dai colli alla fine del secolo, insieme ad altre contrade dal Tronto al Trigno. E D’Annunzio in una delle pagine delle Novelle della Pescara, ricorda con evidente senso di appartenenza, "l’antica discordia tra Pescara e Castellamare, i due comuni che il bel fiume divide". Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e rappresaglie, l’una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell’altra, racconta ancora lo scrittore, celiando su questa guerra di poveri combattuta "tra i salici e i vimini che bordano la Pescara". Pescara, intanto, subito dopo l’Unità e l’annessione al Regno d’Italia, si andava liberando degli ultimi lacerti della Fortezza Regia che con Gaeta e Civitella del Tronto, ultima, mantenne sui bastioni le insegne borboniche. Smantellati, a poco a poco, i diaframmi che per secoli l’avevano rinchiusa nel ruolo di riparo di eserciti, Pescara sceglie il suo futuro approvando un piano urbanistico sintomatico di un preciso movimento di espansione. Aperte grosse brecce nelle muraglie a mattoni della Fortezza, si tracciano larghe direttrici di raccordo con l’interno e il capoluogo (Chieti), si prevede la sospirata stazione ferroviaria, si agevola la costruzione di fabbricati e di pubblici esercizi, quali lo stabilimento balneare, disteso sulle dune a fianco della foce del fiume, nella vasta zona appena sufficientemente bonificata, non troppo discosto dalla Palata, l’ampio territorio depressionario che un tempo aveva ospitato uno dei bracci del fiume; ridotto ad un lago costiero, paludoso e senza un giusto regime, fu fatto colmare dai Borboni e piantare, poi a pineta. L'odierna pineta d’Avalos che rappresenta un forte elemento caratterizzante della città. La città di Pescara aveva imboccato la direttrice dell’espansione urbanistica, riallacciandosi ad un antico quanto dimenticato passato, annullando i secoli bui delle dominazioni barbariche e quelli più recenti all’ombra dei bastioni fortificati. Il vicus, forse fondato dai Pelasgi, che tante tracce hanno lasciato in tutto il Mediterraneo, godeva di una collocazione strategica, favorita dal mare, dal fiume, navigabile fino alla strettoia di Popoli e dalla confluenza delle principali strade romane: la Salaria che da Roma, attraverso Antrodoco, s’innestava alla foce del Tronto con la Flaminia; la Claudia-Valeria, prosecuzione lungo la vallata del Pescara della Tiburtina che dalle porte dell’Urbe arrivava alle spalle del Fucino, nella munita Alba Fucens; ed ancora la Frentana e la Traiana, dirette a sud. Un’epigrafe ricorda il restauro del porto curato da Tiberio e una lapide testimonia ad Ostia Atemi, tale il nome della città romana, l’esistenza di un collegio di Iside: forse sull’arx del Rampigna che in dolce declivio domina il fiume. Antiche mappe attestano la presenza, alla foce, di un tempio dedicato al dio Mercurio: patrono dei traffici e dei mercanti che affluivano dalle terre marruccine, peligne, frentane, vestine per gli scambi con la costa dalmata: l’Illiria, l’Epiro e l’Acaia, denominazione romana della penisola egea. Riannodando i fili della memoria, alla fine dell’8OO, Pescara che in epoca tardo antica aveva assunto il nome di Piscaria, forse da quell’insula piscaria formata dal fiume prima della foce, si adoperò per spostare verso l’Adriatico, l’asse di equilibrio della regione. Forze nuove e vitali tornavano a convogliarsi alla foce del fiume e sulle rive dell’Adriatico, dove "le vele splendevano come fiamme sull’orizzonte puro", come ricorda D’Annunzio, alludendo ai colori solari delle vele gialle e rosse, dai segni simbolici, delle paranze cittadine, ancorate lungo il porto-canale, all’ombra tremula dei pioppi, quegli stessi che Michele Cascella, meno che adolescente disegnava alla luce pura dell’alba, con teneri pastelli, insieme a Tommaso, tanto prima dei grandi trionfi mondiali. Un manifesto-ricordo, stampato nello stabilimento litografico di Cetteo Ciglia, in una dépendance di Villa Farina, oggi scomparsa, (quel Cetteo allievo del grande Basilio Cascella), ricorda l’atto ufficioso della nascita della nuova città, Pescara, nata dai due borghi contendenti, e la nuova Provincia. L’11 gennaio 1927 la Gazzetta Ufficiale pubblica la legge che così diventa operante. Sui contrasti, le ribellioni, le soddisfazioni dell’una e dell’altra riva, si libra l’idrovolante Alcyone del Comandante D’Annunzio che sorvola la sua "Pescara Unita" e lancia, com’era su vezzo, manifestini, invitando ad un futuro pacificato imperniato al raggiungimento di comuni interessi "Cari miei fratelli nell’acqua della Pescara e nella vecchia pila di San Cetteo, nella pila dove fui battezzato Oggi non sono abbastanza forte per discendere in mezzo a voi. Doveva questa essere una prova del mio cuore. Ma credo che il mio cuore cada. Cercatelo. Lo ritroverete. Fatene mille e mille parti e spargetelo su tutta la terra d’Abruzzo. È semenza d’amore. Voi non avete bisogno se non d’amore concorde per ascendere alla grandezza che vi è destinata. Gabriele." |
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| TERRE TERAMANE |
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Aziende Agrituristiche nella Provincia di Teramo |
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La Città racconta la sua storia Teramo, ai piedi del Gran Sasso, si stende su una piana tra il Tordino e il torrente Vezzola; il mare non è lontano e dal litorale caldo luminoso e aperto, lungo l’ampia vallata fluviale, risalgono benefiche irradiazioni mediterranee. Fu, perciò, sito prezioso e sicuro per le popolazioni picene che l’abitarono fin dall’età del bronzo e del ferro, come attestano i continui lavori di scavo e studio condotti sul territorio. Popolazioni attive che ebbero scambi vivaci con comunità osco-umbre, etrusche, meridionali e transadriatiche. Monete, iscrizioni e ricchi corredi funerari provenienti dalla necropoli di Campovalano, a cui appartengono vasi attici e ionici di chiara ispirazione transmediterranea o meridionale, assicurano la continuità dei rapporti tra i piceni, seguiti dagli italici picentes, con il Nord e l’Oriente. Al più antico nucleo piceno si sovrappose quello pretuziano che controllava il vasto territorio collinare, a sud, fino ad Hatria, e ad est, verso la costa, già ricca di centri significativi e che si distinguevano per un’intraprendenza commerciale e manifatturiera che, oggi più che mai, rappresenta l’eredità antica di questa terra. Basta ricordare le città della pesca e della marineria, quelle ‘del vino" sulle colline interne e le capitali dello "shopping in fabbrica"nella ‘Vibrata Valley", oggetto di studio da parte di economisti inglesi. Interamnia Praetutiorum chiamarono Teramo i latini: città tra due fiumi dei Pretuzi, denominazione che lo storico Bernardino Delfico, teramano, faceva derivare da un’antica colonia fenicia, Pretut, fondata presso l’A lbula (Vezzola). Interamnia fu colonia e municipio romano, ad un tempo, dopo la guerra-lampo condotta dal console Curio Dentato alla fine del III sec. a.c.; insieme alle fertili terre della Sabina, con i ceppi familiari diventati, poi, a Roma, forti e potenti, come la gens Claudia, il Piceno e il Pretuzio passarono, in breve, sotto le insegne romane. La "romanità" di Interamnia affiora di anno in anno: documenti epigrafici e monumenti che testimoniano la floridezza della città, specialmente nel I e Il sec. d.C., al tempo dell’imperatore Adriano che ricordava le origini atriane della sua famiglia, benchè lui fosse nato ad Italica, in Spagna. Il teatro, ancora utilizzato per manifestazioni culturali e sportive, i ruderi dell’anfiteatro, le terme, il foro, nell’area di Piazza Verdi, le statue, le monete, i vetri, i bronzi, le suppellettili funerarie, le domus, i ponti, gli acquedotti testimoniano l’importanza e la prosperità della città, verso cui confluiva, pure, la nuova via Caecilia che univa Roma ai nuovi possedimenti adriatici. Gli innumerevoli tesori della Teramo preromana e romana insieme a molti dei reperti provenienti dal vasto entroterra, sono stati sistemati, con razionalità, nel Museo Archeologico, che racconta la storia della città insieme ad un altro spazio museale, a volte nascosto e inglobato da costruzioni e muraglie più recenti, ampio quanto t’intero territorio cittadino. Prestigiosa la "domus del leone": una casa di età repubblicana affiorata nelle cantine di casa Savini, al centro della città; sul pavimento del tablino, l’ambiente più importante dell’abitazione romana, in un riquadro circondato da ricchi fregi, un leone lotta con un serpente: era la casa di un magistrato che nel mosaico aveva impressa la sua idea di giustizia. La piccola colonia fenicia, Pretut, sorta sul torrente Albula e diventata nei secoli ricco municipio romano, ci tramanda attraverso la profondità del tempo la denominazione Abruzzo. La propone con autorità Io storico umanista Flavio Biondo in Italia Illustrata; qui, senza troppe forzature, lo scrittore spiega la corruzione da Praetutium ad Aprutiurn e da Interamnia a Teramum. La denominazione Aprutium inizialmente fa riferimento alla sola città di Teramo e al territorio circostante; compare per al prima volta, verso la fine del VI sec., in tre lettere inviate dal Papa Gregorio Magno al Vescovo Oportunus de Aprutio. La denominazione, col passar del tempo, coprirà zone sempre più vaste dell’attuale territorio regionale. Se durante la dominazione longobarda Aprutium è solo il nome di uno dei sette gastaldati a sud del Tronto, già con Federico di Svevia i territori di Teramo, Chieti e L’Aquila sono riuniti nello Justitieratus Aprutii. Carlo d’Angiò (1272) divise l’Abruzzo in due province: altra et citra flumen Piscariae, con un solo "preside" a Chieti. Solo quattro secoli più tardi vennero aggiunti nuovi governatori a Teramo e a L’Aquila. L’antica divisione in Abruzzo ‘ultra et citra" rimase invariata con l’avvento di Giuseppe Bonaparte e dei Francesi nel Regno Meridionale, lasciando l’uso del nome spesso al plurale nella toponomastica regionale, per cui Santa Lucia degli Abruzzi, Roseto degli Abruzzi ma anche Schiavi d’Abruzzo. |
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