L'Arte Medioevale in Abruzzo

L'Arte Medioevale in Abruzzo

L'Arte Medioevale in Abruzzo

L'Arte Medioevale in Abruzzo

L'Arte Medioevale

San Liberatore a Maiella

Abbazia di San Clemente a Casauria

Santa Maria Assunta e San Pellegrino a Bominaco

L’Abbazia di San Giovanni in Venere

Santa Maria d’Arabona

Il Paliotto di Nicola da Guardiagrele nel Duomo di Teramo

Caporciano (AQ) - L'oratorio di San Pellegrino a Bominaco

 

Loreto Aprutino - Santa Maria in Piano Giudizio (particolare) Mosè ed Elia in estasi

Rosciolo (AQ) - L'ambone della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta

Moscufo (PE) - Santa Maria del Lago - L'ambone

 

 

 

L'Arte Medioevale

 

L’arte romanica ebbe larga diffusione in Abruzzo per merito dei monaci benedettini venuti direttamente da Montecassino. Numerose costruzioni furono realizzate in luoghi a volte impraticabili, però strategica-mente sicuri, adatti a difendersi da eventuali aggressioni e naturalmente idonei alla vita monastica improntata sull’ora et labora.

Furono erette grandiose basiliche e complessi monastici con varie fabbriche nelle quali si produceva quanto era necessario per essere completamente autonomi. I più antichi monumenti risalgono ai secoli VI e VII; molti, nel corso del tempo, andarono distrutti e se ne perse la memoria; altri furono provvidenzialmente restaurati.

Nei cenobi benedettini rifiorirono la cultura e le arti. A San Liberatore a Maiella, nella zona più alta di Serramonacesca, sorse la prima scuola di costruttori con caratteri propri ed originali derivanti, tuttavia, dalle classiche basiliche paleocristiane. La scuola si ingrandì, si diffuse in altre località con schemi più liberi. Alcune maestranze crearono la "scuola valvense", aderente alle tradizioni classiche romane, abilmente trasformate e rielaborate nelle forme più consone alle necessità del culto. Nel XII sec. si r,scontrarono caratteri diversi e più complessi, influenzati dall’arte di altre regioni, Campania, Puglia, Lazio, Sicilia. Non mancarono influssi d’oltralpe, della Borgogna in particolare, diffusi da maestranze francesi e dai monaci cistercensi. La "scuola di Borgogna" portò in Abruzzo esperienze nuove con arditi e originali schemi architettonici. Fece la prima apparizione nella chiesa di San Giovanni in Venere, nei pressi di Fossacesia, mentre l’interno dell’antica chiesa benedettina fu restaurata secondo i canoni cistercensi. Altra importante scuola si affermò a Casauria per merito dell’abate Leonate che, dopo il 1152, iniziò la ricostruzione dell’antica abbazia di San Clemente a Casauria.

Nel luogo convennero le forze più vive della regione, maestri esperti nell’arte edificatoria insieme a maestranze francesi. La "scuola casauriense" operò fino al 1182, anno in cui morì l’illustre abate Leonate. I maestri si trasferirono in altre località dove riuscirono ad esprimere l’inconfondibile stile casauriense.

Oggi gran parte dei documenti mostrano ancora la loro peculiare integrità; alcuni sono stati parzialmente trasformati, altri hanno subìto radicali mutamenti. Moltissimi sono stati restaurati e riportati al loro antico splendore.

 

 

 

 

San Liberatore a Maiella

 

San Liberatore, uno dei monumenti più rappresentativi dell’arte abruzzese, sorge poco distante dal centro abitato di Serramonacesca, in provincia di Pescara, un paese posto alle pendici di alte cime boscose, Serramonacesca (PE) - L'abbazia di San Liberatore a Maielladalle quali sgorgano le sorgenti del fiume Alento.

Prima dell’attuale costruzione, restaurata alla fine degli anni ‘60, sorgeva qui una più antica fabbrica di stile benedettino cassinese, che la leggenda collega a Carlo Magno ma che certo era anteriore all’anno 884, anno in cui viene menzionata a proposito di un inventano di beni dell’ordine; la fabbrica, devastata dal terremoto del 990, fu ricostruita in forme più grandiose nel 1007 dal monaco Teobaldo, giunto da Montecassino.

La facciata, una volta preceduta da un portico, ricostruito alla fine del ‘500 da un altro monaco cassinese, Basilio, e anche questo andato perduto, è a doppio spiovente con cornici di arcatelle lungo le linee di terminazione; un marcapiano la divide e le lesene della parte superiore corrispondono a semicolonne in quella inferiore, unite da semplici arcate a tutto sesto.

Le semicolonne incorniciano tre portali, ornati, negli stipiti, nelle Srchitravi e negli archivolti da bassorilievi con motivi a tralci e palmette di ispirazione bizantina. A destra si alza la massiccia torre campanaria quadrangolare: classiche cornici delimitano i ripiani con monofore, bifore e trifore in successione.

Nella parte posteriore, a fianco di una delle tre absidi, si apre un corridoio sormontato da archi a sostegno della parete. L’interno, ampio e maestoso, è a tre navate, divise da sette arcate per lato; l’abside centrale e la laterale sinistra sono decorate da affreschi del ‘200; furono coperti da nuovi affreschi nel XVI secolo, ora, staccati, sono stati ri-composti su pannelli all’ingresso della navata destra.

L’ambone è stato ricostruito con materiale scultoreo recuperato. Il pavimento a mosaico, realizzato nel 1275 sotto l’abate francese Bernardo I Ayglerio e che era stato trasportato, dopo l’abbandono del monastero, nella parrocchiale di Serramonacesca, è stato rimontato nel suo luogo originale e copre, oggi, solo una parte della navata centrale. Nei dintorni sono evidenti i resti dell’antico monastero.

 

   

 

 

Abbazia di San Clemente a Casauria

 

L'antichissima abbazia di San Clemente a Casauria sorge nei pressi del fiume Pescara, nel territorio del comune di Castiglione a Casauria, non lontano dall’abitato di Torre de’ Passeri.

L’abbazia risale all’anno 871 e fu costruita per volere di Ludovico II Imperatore sulle rovine di un antico tempio di Ercole; nell’872 si trasportarono nella chiesa le reliquie di San Clemente. Il Castiglione a Casauria (PE) - La facciata dell'abbazia di San Clemente a Casauriamonumento subì alterne vicende: completamente distrutta e riedificata, raggiunse il massimo splendore dal 1152 con l’ascesa alla dignità abbaziale dell’abate Leonate, appartenente alla famiglia dei Conti di Manoppello, che si dedicò alla ricostituzione delle rendite e dei beni dell’abbazia e alla ristrutturazione delle chiese dipendenti dal Monastero.

In quell’epoca sorse la scuola Casauriense, composta da artisti della zona e da altri giunti da località diverse. Di solida ed originale struttura architettonica romanico-gotica con forti influenze orientaleggianti, il tempio fu arricchito di sculture ed affreschi di pregio.

Le ‘mirabili opere" continuarono dopo la morte di Leonate (1182) e furono completate con i grandiosi battenti di bronzo. Seguì un periodo di decadenza, dal 1796 al 1807 tutti i beni furono alienati. Abbandonata e depredata, fu "scoperta" nel 1887 dal Prof. Pier Luigi Calore di Pescosansonesco che riuscì a salvare il monumento da sicura distruzione. Consolidato, ristrutturato e restaurato, oggi rappresenta uno dei gioielli dell’antica arte medioevale d’Abruzzo.

La facciata, a blocchi di pietra (pietra gentile da taglio proveniente dalla cava di Ripa dei Cantoni presso Pescosansonesco), si apre in un portico, costruito tra il 1176 e il 1180, a tre arcate: la mediana a tutto sesto e le laterali ogivali; gli archivolti, ricchi di fregi, poggiano su capitelli di diversa fattura.

Al di sopra del portico, la parete, arricchita da una cornice ad archetti, è ornata da quattro bifore, due architravate e due con aperture leggermente ogivali, molto probabilmente risalenti all’epoca successiva al terremoto del 1348. Nel portico, coperto da volte a crociera, si apre il possente portale mediano; nella lunetta, circondata da tre archi concentrici, le sculture ritraggono San Clemente in cattedra e l’abate Leonate che offre il modello della chiesa da lui ricostruita.

Nell’architrave sculture narrano le vicende legate alla fondazione dell’abbazia. L’ingresso è chiuso da pesanti porte di bronzo, eseguite sotto la reggenza dell’abate Joele, divise in formelle con stemmi e col nome dei castelli e dei possedimenti di Casauria, rosoni, figure di abati e monaci; molte delle formelle risultano mancanti e sono state sostituite con altre in legno.

L’interno è a tre navate, forti pilastri in pietra sorreggono arcate ogivali che testimoniano il momento di passaggio dal puro stile romanico al gotico cistercense. Lambone, opera di frate Giacomo da Popoli, è stato iniziato tra gli anni 1176 e 1182 ed è ornato da pregevoli sculture sui capitelli e sui riquadri della tribuna che si richiamano alla classica simbologia cristiana ripresa dall’arte romanica, come le foglie di palma, gli elementi zoomorfi, i tralci di vite e la rosa casauriense.

Il candelabro misura circa sei metri e simboleggia Dio nella colonna in pietra che sosteneva un doppio ordine di ceri, che rappresentano gli Apostoli, posti intorno ad un cero di grandi dimensioni rappresentante Cristo risorto. L’altare si trova al centro del presbiterio ed è composto da un sarcofago cristiano, ornato di sculture e risalente al IV-V sec. che un tempo conteneva l’urna con le reliquie di San Clemente; un poderoso ciborio in pietra ornato da rilievi sormonta l’altare e si presume sia stato rifatto nel XV sec., in sostituzione di quello più antico e coevo alla ristrutturazione operata da Leorìate.

Tracce cospicue dei dettami della "scuola casauriense" sono evidenti in alcuni monumenti della Regione, da Santa Maria di Cartegnano, presso Bussi, a San Tommaso, nel comune di Caramanico, a San Barolomeo di Carpineto della Nora, per citare i più famosi.

 

 
 

 

 

Santa Maria Assunta e San Pellegrino a Bominaco

 

Tra i mandorleti della piana di Navelli, la strada sfila lasciandosi a lato, isolata, la chiesa tratturale di Santa Maria dei Cintorelli, della metà del ‘500; la diramazione per Caporciano e Bominaco porta in pochi minuti verso la cinta di mura e il torrione circolare posto ad uno dei vertici di un fortilizio che, giCaporciano (AQ) - La facciata della chiesa di Santa Maria Assunta a Bominacoà prima del 1000, abbracciava uno dei complessi abbaziali benedettini più significativi dell’Abruzzo interno: l’antico "Momenaco", di cui restano, incastonate nel verde, l’oratorio di San Pellegrino e la chiesa di Santa Maria Assunta. Un piccolo portico di epoca seicentesca, costruito impiegando rocchi di colonne romane, precede l’ingresso all’oratorio, nato per desiderio di Carlo Magno, come fanno ricordare le iscrizioni volute dall’abate Teodino che lo ricostruì nel 1263 e impresse la sua iniziativa e la storia del piccolo tempio sui due plutei interni, iscrizioni che si ripetono sul rosoncino della primitiva facciata, quella che si apre sulla collina.

L’interno è ad un’unica aula di forma rettangolare (18x5,8 m), coperta da una volta sestiacuta e spartita in quattro campate da archi ogivali impostati su capitelli e pilastrini.

L’oratorio prende luce da sei feritoie laterali e da due rosoncini, si distingue quello occidentale, piccolo ma ben ornato. L’aula, che nella ristrutturazione voluta dall’abate Teodino assorbì chiari caratteri gotici, è divisa nel mezzo da due plutei: due lastroni in pietra, scolpiti con figure di animali fantastici, introdotti già nella primitiva costruzione e probabilmente provenienti dal vicino centro di Peltuinum. L’interno dell’oratorio mostra un ciclo di affreschi tra i più importanti della regione, opera di maestri facenti parte della comunità monastica di Teodino, che qui volle illustrati i momenti più significativi della liturgia celebrata dai monaci nelle preghiere e nei cori conventuali: l’Avvento, la nascita di Gesù e il Triduo pasquale; sono presenti anche pitture di epoca più tarda ed altre che ritraggono gli apostoli e i santi legati alla tradizione benedettina, come il San Cristoforo gigantesco che campeggia sulla parete d’ingresso a sinistra insieme ai SS. Onofrio e Francesco. A destra si avvano le prime scene della vita di Gesù dovute al tocco originale del Maestro dell’Infanzia, che riproduce, ispirandosi ad un gusto bizantino e all’arte miniaturista, le scene dell’Annunciazione, della Visitazione, della Natività e della Presentazione al Tempio, con festoso senso cromatico e attenzione alla simmetria.

Di diversa impostazione il Maestro della Passione, il pittore più presente nell’oratorio: oltre alle scene della Passione di Cristo e di San Pellegrino siriaco, a cui i monaci dedicarono l’oratorio, a lui si attribuiscono i medaglioni con i Santi e i Profeti, l’incontro di Emmaus, Cristo in trono affiancato dai quattro apostoli, Pietro, Paolo, Giacomo e Giovanni, i giudizi finali e le facciate di fondo.Caporciano (AQ) - Oratorio di San Pellegrino a Bominaco, affresco della Deposizione, particolare

Il racconto della Passione inizia con l’entrata di Gesù a Gerusalemme e termina con le drammatiche scene della Deposizione, dove la chiara figura di Cristo Morto è stretta e amorevolmente sorretta da un gruppo compatto di figure, sensibilmente ritratte nella tristezza dei volti e nella tensione dei corpi, e infine, della Sepoltura. Mancano, ma non per dimenticanza, le scene centrali della Crocefissiome e della Resurrezione: l’assenza obbedisce a fondamenti precisi della teologia monastica medioevale che concretizza nella comunità i due momenti del passaggio di Cristo dalla morte alla vita: la celebrazione dell’Eucarestia rinnova il sacrificio di Gesù mentre la continua testimonianza evangelica dei monaci, l’amore verso il prossimo, evidenziato nella scena di San Martino e il povero, rappresentano la vittoria di Cristo sulla morte; della vita eterna e della gloria nei cieli sull’oscurità del peccato e sulla "morte" dell’anima.

Il "Maestro Miniaturista" è l’autore dei due fascioni che ospitano il calendario bominacense e le raffigurazioni dei mesi, dei segni zodiacali e le fasi lunari. Ogni mese è iscritto all’interno di due spazi verticali, rifiniti da fasce che al sommo disegnano un arco trilobato. Lo spazio di sinistra ospita una figura umana e l’indicazione delle attività più confacenti, secondo l’uso medievale, in alto la fase lunare, nel secondo, sotto il pagano segno zodiacale, la teoria dei giorni, divisi in settimane e l’indicazione delle attività liturgiche.

Per raggiungere Santa Maria Assunta basta rasentare il muro meridionale dell’oratorio, si arriva così alle absidi che sembrano nascere da un dosso roccioso: tre come le navate, semicircolari come nel puro stile romanico, ornate da archetti e dal gioco delle pietre squadrate e, la più grande, da sottili semicolonne; una monofora si apre nelle absidi laterali, tre nella centrale, fasciate da rilievi di eccezionale finezza e arricchite da incisioni inneggianti alla Vergine Assunta.

La costruzione della primitiva chiesa è certamente anteriore alle date del 1180 e 1223 incise la prima sul pulpito e la seconda sull’altare; diversi i rimaneggiamenti: l’interno fu convertito in barocco nel ‘700 e liberato dalle sovrastrutture nel restauro eseguito durante gli anni Trenta. Santa Maria Assunta, considerata uno dei monumenti più rappresentativi dell’architettura romanica abruzzese, orienta ad occidente una facciata di tipo basilicale, tutta in bella pietra squadrata, su cui si apre un semplice portale decorato nell’architrave e nel girale dell’archivolto da fasce a rilievo, sulla Caporciano (AQ) - L'oratorio di San Pellegrino a Bominacoscia cassinese di San Liberatore. Un’ampia monofora con quattro leoni sporgenti movimenta lo spazio superiore.

L’interno è a pianta rettangolare, tre le navate: sei colonne per lato dividono la navata centrale dalle navatelle, colonne monolitiche di diversa fattura provenienti o da Peltuinum o da un edificio antico forse esistente sullo stesso luogo della chiesa. Summontano le colonne capitelli di grande finezza con rilievi di fiori e fogliame che richiamano lo stile corinzio; eleganti e armoniosi, sopportano il peso degli arconi a tutto sesto che si raccordano ai pilastri cruciformi dell’arco di trionfo. La zona presbiteriale, leggermente rialzata rispetto al piano delle navate, ospita l’altare, sormontato da un ciborio, e la cattedra vescovile, ri-composta alla fine dell’800 e definitivamente completata durante i restauri.

Il blocco di pietra che fa da sedile, lo schienale a cuspide e i braccioli sono decorati con rilievi di foglie, frutta e fiori, una figura vescovile è circondata da una lunga iscrizione.

La cattedra poggia su tre gradini affiancati da due leoni con le teste volte all’interno: gli animali, dalla chiara simbologia, probabilmente inseriti durante i restauri, tuttavia richiamano simili e autentiche presenze, altrettanto simboliche, come il fiero piccolo leone che, ben fermo sulle zampe, regge la colonna a torciglione del candelabro, posto, ancora, nel presbiterio; la colonna, simbolo gioioso della Resurrezione, è sormontata da un originale capitello ricco di ornamenti e di accurata fattura. L’ambone, il luogo deputato alla proclamazione della Parola, posto presso il colonnato di destra, porta la data del 1180 in un’iscrizione dell’architrave, ornato da un ricco fregio a foglie di acanto, animali e fiori, appoggiato su tre colonnine cilindriche ed una lavorata a spirale: i capitelli armonizzano, nel gusto corinzio romano, con quelli originali ed elaborati del colonnato.

 

   

 

 

 

L’Abbazia di San Giovanni in Venere

 

Il complesso abaziale gode di una posizione privilegiata su un colle che domina la sinuosa costa frentana, circondato da olivi rigogliosi e querce centenarie.

La chiesa espone ad oriente le sue memorabili absidi e fa illuminare la facciata dalla luce del tramonto. Date certe nella sua storia millenaria possiamo Fossacesia (CH) - L'abbazia di San Giovanni in Venererintracciarle intorno all’anno mille, ma leggenda e pia tradizione vogliono che il colle, sospeso tra cielo e mare, fosse stato dedicato a Venere Conciliatrice: numerosi reperti testimoniano, infatti, un remoto passato, e scelto poi da asceti benedettini per la preghiera e il lavoro.

 Il romitaggio cresce in ricchezza e potenza con donazioni fino al 1015 quando Trasmondo Il, conte di Chieti, fece costruire una nuova chiesa e il convento, ancora affidato all’ordine benedettino. Oderisio Il, dei conti di Pagliara, l’abate ricordato come ‘il Grande", dette un nuovo assetto a tutto il complesso, ampliando la chiesa secondo i canoni dell’architettura benedettina, rinnovata dagli apporti della "scuola borgognona". 

La facciata, a spioventi, è in pietra nella parte inferiore, attribuibile all’epoca di Oderisio Il, il corpo centrale rialzato è rivestito in mattoni e coronato da un timpano ad archetti che incorniciano rilievi di ispirazione varia e fantasiosa. Il portale, in pietra e marmo, è sormontato da un archivolto a quattro girali che racchiude una lunetta dove le figure di Gesù in trono tra la Madre e il Battista, nella parte superiore, sono ancora leggibili mentre solo le iscrizioni ci aiutano ad interpretare i pochi resti dell’altorilievo raffigurante Rainaldo, San Benedetto e San Romano, suo maestro spirituale.

Ai lati del portale, a fianco dei pilastri e delle colonnine, ricavati da marmi di diverso colore e ornati al sommo da capitelli e cornici finemente decorati, quattro lastre di marmo bianco narrano la storia di San Giovanni Battista con scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, intervallate da lastre che ri-traggono episodi particolari, come quello che rappresenta Daniele nella fossa dei leoni ed da altre, puramente decorative, scolpite con motivi zoomorfi e vegetali. A destra, in basso, dopo la raffigurazione di Daniele fra i leoni, una lastra rappresenta l’Arcangelo Gabriele che annuncia a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni.

La scena successiva mostra Zaccaria che scrive su una tavola il nome del figlio mentre Elisabetta lo tiene in braccio e una figura maschile prepara il coltello per la circoncisione; la scena è sormontata da un fregio che mostra due cupidi che con arco e frecce mirano ad una colomba, tra fini girali di acanto.

La prima scena di sinistra è preceduta da un rilievo che ritrae una figura in ginocchio tra due animali fantastici. La storia della vita del Battista riprende con l’Annunciazione e la Visitazione, nell’ultima lastra compare Giovanni col suo manto di pelli e una lunga barba, mentre annuncia la sua missione; figure, elementi vegetali ed iscrizioni completano la scena. Il fregio che termina la sequenza mostra due pavoni che bevono in una coppa.

L’interno è a pianta basilicale, a tre navate, divise da dodici pilastri che sostengono archi ad ogiva e a tutto sesto. Un’ampia scalinata porta dalla navata centrale al presbiterio che ha accesso anche dalle navate laterali con due rampe minori; la zona presbiteriale è coperta da doppia volta ad ogiva nella parte centrale, quelle laterali da crociere, mentre le navate, in un restauro degli anni ‘40, furono coperte da un soffitto a capriate lignee. Il presbiterio termina in tre absidi semicircolari. 

La cripta occupa lo spazio del sovrastante presbiterio e si raggiunge dalle navate laterali; è divisa in due navatelle da quattro colonne, di cui tre, in marmo cipollino e di fattura romana; due fusti più sottili reggono tre archi davanti all’abside centrale; il soffitto, voltato a crociera, è impostato su archi a tutto sesto e ad ogiva. I catini delle absidi sono ornati da affreschi del XII e XLII sec., opera di artisti locali e di scuola romana, nei quali domina la figura del Cristo Pantocratore, circondato dalla Madonna e da Santi.

 

   

 

 

 

 

Santa Maria d’Arabona

 

La chiesa di Santa Maria d’Arabona (XLII sec.), nel territorio di Manoppello, in provincia di Pescara, si distingue per la sua particolare struttura cistercense ispirata a caratteri di estrema semplicità e rigore formale.

In contrapposizione ai Cluniacensi, che nel tempo avevano sviluppato un stile sfarzoso, enfatico e ricco di decorazioni, i Cistercensi preferirono forme architettoniche austere seppur grandiose e purissime nelle linee: l’austerità, regola prima dell’ordine, impose forme semplici e funzionali.Manoppello (PE) - L'abbazia di Santa Maria Arabona

Le abbazie cistercensi in Italia in tutto furono ottantasei, di cui cinque in Abruzzo, la prima, del 1191, fu Santa Maria di Casanova, oggi in rovina.

La costruzione di Santa Maria d’Arabona fu iniziata dai monaci cistercensi neI 1208 e mai terminata. La fabbrica iniziò dalle absidi e si fermò subito dopo la prima campata del piedicroce; una vera facciata non esiste, quella visibile è ancora un’antica tamponatura in cotto, mentre il resto della costruzione è coperta da pietre squadrate.

L’abside, rettangolare come in tutte le chiese cistercensi, è illuminata da un grande rosone a ruota e da due ordini di monofore strombate all’esterno; sulla parete di fondo affreschi di Antonio da Atri (XIV sec.). Le arcate che separano il transetto dalle navatelle e dalle cappelline sono a sesto acuto e sostenute da pilastri a fasci svettanti, le arcate divisorie tra le navate sono a tutto sesto; la cupola ribassata è ornata da costoloni convergenti in un anello con foglie di acanto.

L’altare in pietra è rialzato su gradini ed ornato da sculture. Appoggiato alla parete sinistra dell’abside, retto da due agili colonnine dai preziosi capitelli, è il tabernacolo finemente scolpito e decorato con motivi floreali; più avanti svetta l’agile colonna per il cero pasquale percorso, dalla base fino all’apice, da minuziosi e significativi rilievi delicatamente ricavati dalla pietra. Ai lati dell’abside due cappelle per parte: nella prima un affresco deI ‘500; nell’ultima a destra la tomba di Dino Zambra (1922-1944), figlio del Barone Zambra, morto in odore di santità. 

L’antico monastero, trasformato in civile abitazione, conserva solo la suggestiva Sala Capitolare con pilastro centrale che dirama costoloni sugli angoli e sulle pareti, raccolti da capitelli pensili. Tutta la costruzione è circondata da un grande giardino. Il monastero e la chiesa, acquistati dalla famiglia Zambra, sono stati poi donati ai Salesiani.

 

 

 

 

 

 

Il Paliotto di Nicola da Guardiagrele nel Duomo di Teramo

 

Il Duomo di Teramo, all’attenzione del visitatore che voglia passeggiarvi intorno, per scoprirne la forma architettonica, si presenta con un aspetto composito, che dichiara lo svolgersi della sua storia attraverso i secoli. Fu fondato, secondo la notizia riferitaci dai manoscritti dell’Antinori, neI 1158, poco distante dalla precedente, ma distrutta, cattedrale di 5. Maria Aprutiensis. Pochi anni dopo, fu traslato nella nuova basilica il corpo del santo dedicatario: San Berardo.Duomo di Teramo - particolare del portale

La chiesa venne ampliata con l’aggiunta di un corpo di fabbrica nel 13 17-35, e di nuovo circa alla metà del XV secolo. Sulla facciata a coronamento orizzontale trecentesco, tipico in territorio abruzzese, un magnifico portale, di tipo cosmatesco, ci invita ad entrare. E firmato da Diodato Romano e datato 1332 sull’architrave, che sostiene un arco a tutto sesto. Alle estremità destra e sinistra della base dell’arco stesso, su due colonnine lisce poggianti su leoni stilofori, vi sono due sculture in pietra, raffiguranti l’Annunciazione, attribuite all’orafo abruzzese Nicola da Guardiagrele, di cui è ancora da indagare l’attività di scultore. Ha una strombatura a piccoli pilastri e colonne tortili alternate, con Iumeggiature colorate realizzate con tessere musive. Al di sopra svetta un’alta cuspide, che funge graficamente da andamento verticale sull’adagiata facciata. All’interno del timpano è alloggiato un rosone strombato e, al di sopra, una edicola col Redentore benedicente in trono. Ai fianchi esterni della cuspide, in basso, altre due piccole edicole con San Giovanni Battista e San Berardo, di manifattura locale.

All’interno del Duomo, riportato alle forme originarie da un restauro degli anni Trenta del nostro secolo, è possibile scorgere, prima di giungere all’altare, un polittico ligneo raffigurante l’IncoronDuomo di Teramo - scorcio della facciata e del campanileazione della Vergine, firmato da Jacobello da Fiore, artista veneziano che ha contribuito alla diffusione della corrente gotico-internazionale, che giunge in Abruzzo all’inizio del XV secolo attraverso la via di penetrazione adriatica. Al di sotto della scena principale è da notare la rappresentazione che Jacobello fa della città di Teramo tra due fiumi, l’antica Interamnia. La cultura artistica che qui ci è testimoniata ha avuto grande importanza nella formazione di Nicola da Guardiagrele, l’autore del paliotto collocato sull’altare maggiore.

Quest’opera, costituita da una tavola lignea rivestita da lamine d’argento sbalzate e cesellate e da smalti traslucidi, reca a niello le date di inizio e di fine della lavorazione:1433-1448. Attraverso 34 riquadri, racconta la vita di Gesù dall’Annunciazione alla Pentecoste ed aggiunge, come ultima scena, San Francesco che riceve le stimmate. L’ordine cronologico, che si snoda su quattro file orizzontali, è interrotto dalle figure degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa, che circondano il Cristo Redentore in trono, posto al centro. Agli angoli delle formelle sono collocate 26 placchette a smalto traslucido, che individuano vivaci punti di colore. Intorno a tutta la tavola c’è una cornice d’argento posta durante un restauro eseguito nel 1734, come indicato in una iscrizione. Il paliotto di Teramo segna l’apice della carriera artistica di Nicola da Guardiagrele, che porta a compimento gli esiti sperimentati in precedenza sulle croci processionali a Lanciano, a Guardiagrele e a L’Aquila, per citare le principali. La prima scena, come detto, è quella dell’Annunciazione: la Madonna e l’Arcangelo Gabriele si fronteggiano, l’una, a destra in piedi, si ritrae indietro spaventata; l’altro, a sinistra in ginocchio, porta in mano il piccolo Gesù Bambino. In alto, un sole costituito da un semicerchio niellato con stelline dorate su fondo blu, emana raggi incisi sulla lastrina del fondale. Alla base della scena c’è la scritta col saluto dell’angelo e la data. La prima notazione da fare riguarda senz’altro la qualità artistica derivante dalla tecnica di esecuzione: Io sbalzo è deciso e fluido, crea lenti punti d’appoggio della luce, modellanti la superficie stessa.

Nicola da Guardiagrele, tra il 1421 e il 1433, in modi ancora da precisare, viene a contatto con l’arte di Lorenzo Ghiberti ed in particolare coi rilievi in bronzo che l’artista fiorentino ha eseguito per la porta nord del Battistero di San Giovanni a Firenze. Anche nella scena dell’Annunciazione è riscontrabile l’affinità della posa della Madonna, fin nell’andamento delle pieghe della veste, continue e incisive, che danno al corpo vigoria di movimento e dolcezza di tridimensionalità. Certamente Nicola da Guardiagrele possedeva una sua bottega e, con ogni probabilità, nell’esecuzione di questo lavoro si è awalso dell’aiuto di un collaboratore, la cui mano è possibile rinvenire in figure dai tratti più incisi e taglienti, come per esempio quelle della strage degli innocenti o dell’ultima cena.

La caratura artistica di questo paliotto è racchiusa nella monumentalità di alcuni personaggi, nella loro vi-goria espressiva, nella creazione del loro ingombro e in composizioni unitarie e ben congeniate nelle intuizioni spaziali, come la fuga in Egitto, la resurrezione di Lazzaro o la cattura di Cristo.

 

 

 

L'Arte Medioevale in Abruzzo

L'Arte Medioevale in Abruzzo

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